Valentina Durante – Copy & Story | Afrodia (1)
Storyteller, copywriter e web writer freelance. Scopri come una storia può “riscaldare” il posizionamento e rendere il tuo brand più umano e credibile.
19576
single,single-post,postid-19576,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,wpb-js-composer js-comp-ver-4.7.4,vc_responsive
 

Afrodia (1)

 

“Afrodia” è il primo romanzo che ho scritto. È passato più di un anno e mezzo, ormai.
Ho iniziato a riscriverlo. Anzi no: non lo sto riscrivendo, lo sto ripercorrendo, come si ripercorre un sentiero già tracciato. Alla fine ne uscirà una nuova stesura: ma non è questo l’importante. L’importante è, per me, capire, capirmi, vedere il mio testo da fuori e a distanza di tempo (imparare, dunque).
Mentre riscrivo (ripercorro) mi dico che: “Afrodia” non è un brutto romanzo.
Per la verità, nessuno mi ha mai detto: è brutto. Però più di qualcuno ha detto: non è vendibile.
Non è vendibile (dunque pubblicabile) perché in “Afrodia” ci sono solo tre personaggi. Perché questi tre personaggi non offrono appigli per una facile, comoda, rassicurante identificazione. E perché manca un messaggio consolatorio finale.
È vero: i personaggi in “Afrodia” sono solo tre e sono quel che io definirei: Personaggi Assoluti. Sono figure che incarnano – senza sbavature e al massimo grado di potenza e intensità possibili – certi “stati di pensiero” o “stati di sentimento”. Zia Eleonora che – piaccia o non piaccia (e a me piace) – è il personaggio più forte, quello che fa da regia, è la Crudeltà Assoluta. Una Crudeltà senza cedimenti e con tutte le sfumature pensabili e (per me) possibili. È una Crudeltà archetipica, quasi da personaggio fiabesco.
E “Afrodia” è, in un certo senso, una fiaba, benché adultizzata. Ha un elemento magico, tanto per cominciare. A me non interessano le storie perfettamente mimetiche del reale: perché sono specifiche e contingenti. M’interessano le storie che, pur inserendosi in un tessuto realistico, vi introducono una breccia, una spaccatura di sur-realtà. Perché in quella spaccatura risiede, secondo me, la possibilità di accarezzare un discorso “universale”, che parla a tutti. Questo è ciò che ricerco, almeno, quando scrivo.
E poi non è completamente vero, che in “Afrodia” ci sono solo tre personaggi. Perché io gestisco come personaggi anche gli oggetti della casa, le piante del giardino: e senza per questo fare dell’antropomorfismo. È tanto strano?
Manca un lieto fine, un messaggio consolatorio. “Afrodia” mette in scena un conflitto drammatico modellato sulla tragedia greca: dove non c’è scampo, non c’è soluzione. Qualunque sia la soluzione scelta, qualcuno perde.
E allora che fiaba è? Se non c’è lieto fine? Ma davvero credete che le fiabe abbiano un lieto fine? Lo avessero, tutti vivrebbero “felici”. E invece no: tutti vivono “felici e contenti”. Segno che qualcuno (tutti?) finisce per accontentarsi.

 

Gardener and The Centre of The Universe

[L’immagine che mi ero figurata per la copertina di “Afrodia” è questa che vedete: “Gardener and The Centre of The Universe” di Jana Brike]

Tags:

No Comments

Leave a Comment