Valentina Durante – Copy & Story | Afrodia (2)
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Afrodia (2)

 

“Posso guarire le persone che amo.
Qualunque sia il male, io posso curarlo: posso sanare una piccola abrasione o riassorbire un grosso ematoma, far regredire una mutazione cancerogena o riequilibrare uno stato psicotico. Posso intervenire a qualunque stadio del male, non importa la gravità: solo quando si verifica la cessazione non reversibile delle funzioni dell’encefalo, la morte cerebrale che sempre precede la necrosi e l’apòptosi di ogni singola cellula, solo da quel momento io non posso più nulla. Non posso vincere la morte, ma posso anticiparla. Farle lo sgambetto.
Quando guarisco qualcuno, io lo perdo.
Qualunque sia il male, la sua cura si trasforma nel mio male: io perdo l’affetto della persona che amo e che, proprio grazie a questo amore, ho potuto guarire. Vengo dimenticata. Disprezzata. La sola mia vicinanza produce, in chi da me è stato curato, una incontenibile repulsione. L’unico compenso possibile, per me, è dunque l’abbandono: devo allontanarmi da chi ho guarito. Restare, significherebbe convivere con il disgusto della persona che amo, disgusto che, essendosi generato come reazione naturale all’amore che provo, essendo di questo amore un inevitabile sottoprodotto, non ha rimedio, non ha soluzione. Non posso riavere la persona che amo. Posso solo dimenticare. Provarci.
Pur non avendo sperimentato di persona tutta la casistica in cui il mio potere di guaritrice potrebbe esplicarsi, io so. Solo una volta ho esercitato consapevolmente la mia facoltà di curare. Dopo quella volta, non ho più voluto amare nessuno.”

Questo è il cuore di “Afrodia”. Questo è il nucleo drammatico alla base del romanzo. Non c’è scampo, non c’è soluzione, ogni scelta – pur salvando – condanna: si perde sempre.
“Afrodia”, come ho detto, ha una struttura e un respiro fiabeschi. Una fiaba per adulti. Una fiaba con Personaggi Assoluti (la Maga, la Strega, il Sapiente…). Una fiaba con un linguaggio strano: mescola andature liriche a dialoghi quasi teatrali a descrizioni fredde, dure, ossessive, con uso di terminologia scientifica.
Afrodia, colei che dà titolo al romanzo, è il Dono Assoluto. Una donna che è fatta per servire, per offrirsi incondizionatamente. Non esiste nulla al di là del mettersi al servizio, neppure Afrodia stessa. Ma il dono di Afrodia-Dono non è carità: è, a suo modo, una forma di prevaricazione. C’è una sorta di compiacimento e quasi di godimento nel servire di Afrodia e anche nel suo farsi umiliare: questo è il risultato che desideravo ottenere, forzando agli estremi il concetto di personaggio come “stato di pensiero” o “stato di sentimento”.
Ma “Afrodia” è, prima di tutto, un immaginario. Una casa, un giardino: tutto (quasi tutto) accade lì.

 

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[La foto è di Nobuyoshi Araki]

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