Valentina Durante – Copy & Story | aveva quest’abitudine quando era piccola…
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aveva quest’abitudine quando era piccola…

 

Aveva quest’abitudine quando era piccola, di sdraiarsi sulla mia schiena: io mi distendevo a pancia in giù, sul letto grande, a leggere un libro; e lei mi si sdraiava sopra, come un marsupiale. Diceva che la mia schiena, respirando, andava in su e in giù e così anche lei, il suo corpo, sdraiato sopra, andava in su e in giù, ed era come – diceva Claudia – quando al mare la portavo sul pedalò. Uscivamo io, lei e Bruna: io al timone, Bruna al posto del passeggero, Claudia seduta dietro e poi in piedi, reggendosi sul tondino di ferro dei sedili, e poi accosciata fra me e Bruna, fra sedile e sedile. Per i primi dieci minuti se ne stava tranquilla, poi cominciava a tormentarmi perché la facessi pedalare al posto di sua madre: “Ti prego papà” diceva, “lasciamelo fare. Vedrai che sono capace, lasciami…” E io a spiegarle che non era questione di lasciare o non lasciare, e neppure di impegno: ma del fatto che le sue gambe erano ancora troppo corte, e non arrivavano ai pedali. Ma lei niente: “Ti prego, papà, ti prego…” E allora toccava a Bruna alzarsi e mettersi dietro – facendo attenzione a non sbilanciare il peso – e a me spingere sui pedali per due: perché Claudia scendeva e scendeva con il suo sedere lungo il sedile fino a incontrare i pedali con la punta delle dita, e un po’ menava, un po’ perdeva il colpo, un po’ si ritirava su per riposarsi… e via così. Finché arrivava la parte più bella della gita, a suo dire: il passaggio a poca distanza di un motoscafo. Lo sentiva ronzare, ancora prima di vederlo e: “Attento, papà, attento che arriva!” Il motoscafo arrivava sfrecciando sull’acqua, e sul subito non succedeva niente. Poi, quando il motoscafo era ormai una scia lontana di bolle schiumose, ecco la prima onda poi la seconda e il nostro pedalò che ci sbatteva contro – sciaff sciaff – e Claudia che si reggeva al tondino di ferro del sedile ridendo come non mai. Era la stessa cosa, diceva, quando io respiravo e lei mi stava sopra: la mia schiena andava su e giù, sciaff sciaff, e il suo corpo portato come da un’onda. “Solo che il motoscafo” diceva, “finisce subito, papà. Invece la tua schiena… oh, la tua schiena è lì per sempre”.

[Questo è un estratto da “La Tigre Assenza”. La foto di copertina è mia]

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