Valentina Durante – Copy & Story | Cosa mi è successo leggendo “La ragazza selvaggia”
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Cosa mi è successo leggendo “La ragazza selvaggia”

 

La ragazza selvaggia” di Laura Pugno (Marsilio) era nel mio Kobo già da parecchi mesi. Aspettava il momento.

Il momento è arrivato una decina di giorni fa: e potrei dire che c’entra con la cinquina del Campiello, ma non sarebbe vero: avrei letto “La ragazza selvaggia” una decina di giorni fa comunque. Ci ho dedicato un sabato e una domenica: non è un romanzo lungo e la scrittura è pulita, scorrevole. Arrivata all’ultima pagina, mi sono detta: è bello. Ed era la sensazione complessiva. Però c’era qualcosa d’altro, qualcosa che ancora non mi riusciva di conchiudere dentro una parola, un aggettivo, un giro di frase magari, come se lo guardassi, questo qualcosa, senza poterlo mettere perfettamente a fuoco: ma per pochissimo.

C’era aria di Giappone mentre leggevo (ma forse è una superfetazione mia). C’era aria di Giappone nei contrasti, specialmente.

Stellaria e casa Held. Ara荒 e nigi 和.

Ara è lo spazio inarticolato, selvatico, il regno naturale dove l’uomo non interferisce. Nigi è lo spazio articolato, ordinato, dove la natura viene addomesticata e disciplinata. Ara è l’abbandono, per i giapponesi, la dissoluzione delle relazioni sociali o una loro mutazione incontrollata e dolorosa; è la perdita di umanità per diventare altro dall’uomo: animale, divinità o mostro. Nigi è la coscienza di vivere in un contesto armonico, regolato, dove gli uomini stanno assieme agli altri uomini, dove i limiti sono quieti e rispettati. Ara è il bosco di Stellaria. Nigi è il desiderio di normalità (o normalizzazione) della casa di Giorgio Held.

E ancora.

Nina e Dasha. Omote 面 e ura 裏.

Omote in giapponese significa “viso”, ma allo stesso tempo significa anche “maschera”. Perché è la faccia sociale, quella che può essere espressa, manifestata, la forma che gli altri – altri omote – giudicheranno accettabile. Di un oggetto, omote è la superficie.

Ura è la parte che conviene tenere nascosta: degli uomini e delle cose. La parte in ombra, spaventevole. È anche il limite ultimo.

Nina è la parte presentabile, sociale di Dasha. Ma Dasha è la parte che consente a Nina di non essere solo superficie.

Terminato “La ragazza selvaggia” ho iniziato un altro romanzo. Un testo ben scritto, molto lavorato, coinvolgente. Eppure, leggendolo, continuava a tornarmi in mente “La ragazza selvaggia”: a sprazzi, e senza che vi fosse una particolare connessione con il testo che avevo sotto gli occhi. Era forse per via di qualche personaggio? Mi ero particolarmente affezionata a Tessa oppure a Nina e Dasha oppure a Giorgio Held? No, non era per quello. E neppure per la storia. Era per il romanzo, per il testo tutto intero. Mi ero affezionata alla “Ragazza selvaggia”, che mi appariva come…

e qui non mi veniva la seconda parte della similitudine. Come cosa?

Ho interrotto l’opera che stavo leggendo e ho ripreso in mano il romanzo di Laura Pugno: perché ne avevo bisogno e mi occorreva capire. Ancora quell’aria di Giappone, fin dalle prime pagine. Un Giappone anche pop. Leggevo di Dasha “con il viso affondato nelle interiora di una volpe” e vedevo “Mononoke hime” (di Miyazaki). Leggevo dei led rossi delle pale eoliche, e vedevo gli occhi dei mostri tarli di “Kaze no Tani no Nausicaä” (sempre di Miyakazi).

Poi mi sono ricordata del “Segreto del teatro Nō”, di Zeami.

Zeami paragona la pratica del Nō a un corpo: come in un corpo, vi si ritrovano i tre elementi – pelle, carne e ossa. Le ossa sono “il patrimonio innato e la manifestazione della potenza ispiratrice che dà origine spontaneamente all’abilità”. La carne è la forza dello “stile consumato”. La pelle è l’interpretazione che, sviluppando questi elementi, raggiunge il massimo della scioltezza e della bellezza.

Nel canto, “l’emissione vocale è la pelle, le modulazioni sono la carne, il soffio le ossa”.

Nella danza, “l’aspetto generale è la pelle, i movimenti la carne, la mente le ossa”.

E in un testo, mi sono detta?

Forse la forma (lo stile) è la pelle, il contenuto (la storia) è la carne, la verità (il messaggio) sono le ossa.

Zeami dice che è molto raro trovare un artista di Nō capace di controllare in maniera armoniosa tutti i tre elementi. Il maestro, è colui che riesce a esprimere una recitazione tale per cui “in qualunque modo la consideriate, essa non presenta la minima debolezza, e questa è l’impressione prodotta dalla sua esperienza dello stile delle ossa; che, in qualunque modo la consideriate, non presenta nessuna traccia di insufficienza, e questa è l’impressione prodotta dalla sua esperienza dello stile della carne; che, in qualunque modo la consideriate, essa possiede l’incanto sottile, e questa è l’impressione prodotta dalla sua esperienza dello stile della pelle”.

Ho ripensato alla mia similitudine monca: “La ragazza selvaggia” mi appariva come…

Come un organismo.

Quando si vuol lodare la struttura di un testo, si dice che è una macchina narrativa perfetta. A me non interessa lodare “La ragazza selvaggia”, mi interessa dire qualcosa che risponda, per me, a verità.

La ragazza selvaggia” non è una macchina narrativa perfetta perché non è una macchina. È un organismo. Di un organismo non occorre dire che è perfetto, perché è già perfetto, nel suo essere organismo.

Dove sta la perfezione di organismo di quel romanzo? Nella sua capacità di riunire armonicamente pelle, carne e ossa. Nelle recensioni che ho letto, lo stile di Laura Pugno è stato spesso descritto come “algido”, “non lirico”, “non sentimentale”, “nitido”, “che non concede”. Uno stile che si contrappone, nella sua freddezza, a quella natura ridondante e incontrollata che pure viene evocata come ambizione. Io stessa, del resto, all’inizio di questa divagazione (che non ambisce a essere recensione), ho parlato di “scrittura pulita”.

Ma questi non sono, secondo me, attributi corretti. O, se lo sono, non sono esaustivi.

Forse la descrizione migliore della scrittura di Laura Pugno ce la dà involontariamente Janine Benyus. Benyus è una delle maggiori esperte mondiali di biomimetica (biomimicry), quell’approccio alla progettazione che cerca di “copiare” le soluzioni dalla natura: una vernice autopulente ispirata dalle foglie del loto; una colla che riproduce le ventose delle zampe del gecko… Lo scopo della biomimetica non è quello di imitare una certa forma, ma di partire da quella forma chiedendosi: che obiettivo si è posta la natura nell’utilizzarla? di che domanda quella forma è risposta?

La natura fa molte cose, e in molte forme. Ma una cosa non fa: non lascia scarti. Ecco perché i progettisti, sempre più interessati alla sostenibilità, tentano di scoprirne i segreti (da quanto? da sempre: le colonne egizie nascono come imitazione dei fusti delle palme)

A me sembra che la scrittura di Laura Pugno sia una scrittura biomimetica: è netta, precisa, dura ma non di una durezza artificiale o minerale, bensì della durezza del “corpo duro e abbronzato” di Tessa. Ma soprattutto, come avviene in natura, è senza scarti: c’è tutto quello che deve esserci e nulla di più. E il fatto che sia così, che la sintesi di forma e contenuto (di pelle e carne) della “Ragazza selvaggia” sia proprio questa, rende il testo perfettamente funzionale alla comunicazione del messaggio (le ossa): non può esistere Nina senza Dasha, spazio articolato senza spazio inarticolato, omote senza ura.

Apparentemente, “La ragazza selvaggia” è una storia che parla di fallimenti: Dasha non salverà Nina (la natura non salverà l’uomo), Giorgio Held non salverà Dasha (la natura non sarà dall’uomo salvata). E, sempre apparentemente, questo fallimento viene celebrato da uno stile freddo e distante: quasi non fosse neppure degno di compassione.

Ma se si approccia il romanzo nel suo insieme, se lo si lascia vivere – senza sezionarlo in storia stile personaggi e così via – se lo si ascolta pulsare, contrarsi, porgersi nel suo essere pelle carne e ossa, allora si riesce a vedere: che la salvezza, la natura dentro l’uomo e l’uomo dentro la natura, è il romanzo stesso: nel suo nascere, svilupparsi e crescere come organismo naturale.

 

[Nell’immagine di copertina: due sculture di Ishibashi Yui]

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