Valentina Durante – Copy & Story | da qualche giorno, la sera…
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da qualche giorno, la sera…

 

Da qualche giorno, la sera, prima di spegnere il computer, mi collego anch’io al “Registro generale dei cadaveri non identificati” del Labanof. Guardo questi volti: la pelle uniforme oppure butterata o coperta di macchie o deturpata da ferite, ematomi, croste di sangue, la pelle liscia di morti giovanissimi che forse non dovevano morire, oppure incisa da rughe profonde, di morti che sono morti perché era arrivato il momento. Guardo gli occhi chiusi – così come mi aspetto siano gli occhi di una persona morta – oppure semiaperti – e allora ne spio il colore dell’iride, la dilatazione delle pupille, chissà poi per cercare cosa. Osservo le forme dei nasi e il loro disfacimento, scruto dentro le bocche a cercare i denti (se ci sono, e come sono?). Leggo di cicatrici, di mutilazioni, di interventi chirurgici, di tatuaggi, leggo la storia di queste persone su dossier che dicono molto poco, in verità: com’era fatto il loro corpo e da cosa era coperto – maglie a righe, maglioni di lana (di che colore?), gonne corte o pantaloni, oppure niente, corpi trovati nudi, magari affogati dentro un corso d’acqua, oppure al mare, vicino a dove la gente fa il bagno; niente più di questo. Però io guardo e, soprattutto, ascolto. Ascolto le storie che si nascondono dentro di me, ma che non parlano di me: immagino, invento. Ma che ne puoi sapere, tu, a volte mi dico, davvero che ne puoi sapere? E perché farlo, tutto questo, per chi? Però non riesco a non farlo, non posso: non ascoltare, immaginare, inventare. Sto seduta alla scrivania adesso. Mio padre è ancora in salotto: chissà se ha riaperto la finestra del browser, chissà. Il computer è spento: però non mi occorre guardare, tutto è dentro la mia testa, non ho neppure più bisogno di occhi, ormai. Infilo la mano sinistra sotto la maglietta, ruoto il palmo verso l’esterno: con il dorso percorro tutta la spina dorsale, da sotto la nuca – dove si incrociano le scapole – fino al coccige, vertebra dopo vertebra. Le sento tutte: le tocco una per una, sento sulla pelle della schiena il ruvido dei guanti, la tela di cotone che s’incolla alle dita sudate. È come una grossa lisca di pesce, penso. Perché noi discendiamo dai pesci, vero?, siamo esseri marini, lo ho letto da qualche parte, tempo fa, uno scienziato americano, un paleontologo, lo spiegava per bene. Abbiamo un sistema circolatorio inefficiente, diceva, e ginocchia troppo deboli e poi ci viene l’ernia inguinale e il singhiozzo: ci stiamo evolvendo a una velocità grandissima, diceva, una velocità impressionante, e continueremo a evolverci finché la nostra memoria di pesci non verrà completamente cancellata, finché non saremo definitivamente, eternamente uomini. Ma io non voglio essere donna, penso. Volevo essere angelo, ma non posso più: allora sarò pesce. Ho già piedi marini, piedi di anguilla, magri e sottili, che sgusciano fuori dai sandali, dalle ciabatte, che vogliono camminare scalzi, nudi (mi alzo, faccio qualche passo: sento il parquet, fresco e asciutto, sotto le piante sudate). Forse morendo torniamo nel mare, in un liquido amniotico densissimo che raccoglie tutti i succhi che si sono persi dal corpo, anno dopo anno, vivere dopo vivere: sangue, orina, muco, saliva, lacrime, sperma, pus, sudore, tutte le secrezioni di un corpo aperto, che proprio per le sue aperture ha finito col morire, che ha perso, attraverso i suoi tagli, le lacerazioni, le gole sbranate, le cicatrici mai rimarginate ogni suo umore. I succhi mescolati a succhi si sono coagulati e poi ancora disciolti e lui ci nuota dentro adesso, finalmente chiuso, protetto, perché tutto quello che poteva uscire è uscito: non esistono più segreti, cose da nascondere, non esistono pesi, solo un corpo leggerissimo che nuota nel suo dentro che è diventato fuori e nutre, conserva, protegge un fuori che non possiede più alcun dentro.

[Questo è un estratto da “Registro generale dei cadaveri non identificati”. La foto di copertina è di Paola Rojas]

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