Valentina Durante – Copy & Story | Divagazione
Storyteller, copywriter e web writer freelance. Scopri come una storia può “riscaldare” il posizionamento e rendere il tuo brand più umano e credibile.
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Divagazione

 

L’auto nuova è arrivata e non va. Qualcosa dev’essere collegato male nell’impianto a gpl e il gas fuoriesce dal cofano e filtra dentro l’abitacolo attraverso le bocchette di areazione. È fastidioso. Forse anche pericoloso. O forse no: l’auto non salterà in aria, l’auto non diventerà una bomba, però non è piacevole guidare nell’anticamera di una camera a gas. L’auto resta ferma.

Avevamo fatti progetti e invece trascorriamo la domenica in casa. Alle undici dico: vado a fare due passi. È un’abitudine mia, cammino ogni giorno. Mi piace camminare, e farlo a passo spedito: quell’incedere che non ti lascia guardare le cose ma che ti permette di fare un lavoro ben fatto. Camminare è un lavoro: uscire a una data ora, dopo ore passate davanti al pc con le cosce molli e la schiena rigida, e far lavorare il corpo perché conservi la sua efficienza. La macchina va conservata in efficienza.

Cammino di solito per circa un’ora: mezz’ora all’andata e mezz’ora al ritorno. Faccio sempre lo stesso tragitto, così da non aver bisogno di tenere il tempo. Il tempo lo fa il paesaggio: alla prima svolta sono trascorsi dieci minuti, alla seconda venti, alla fine del rettilineo ho consumato la mia mezz’ora. Tutto è grossolanamente preciso. Mi vesto comoda e prendo il minimo indispensabile: il marsupio con il cellulare, le chiavi di casa, un pacchetto di fazzoletti, una banconota perché non si sa mai. Starò fuori poco e non mi occorre nient’altro.

Poi non so cosa succede. Uscita di casa non prendo la strada solita. Di solito svolto a destra, verso il parco giochi e il campo sportivo e la campagna che si allunga fra San Gaetano e Sant’Andrea. Invece stavolta prendo a sinistra, in direzione Guarda. E non è Robert Frost, se è questo a cui pensate, non è davvero: “Due strade divergevano in un bosco, ed io — / Io presi quella meno battuta, / E questo ha fatto tutta la differenza”. Perché non c’è stato nessun pensiero e, a dirla tutta, ora che scrivo, nessuna differenza.

Prendo a sinistra e comincio a costeggiare il Brentella verso Trevignano. È un sentiero che conosco. In quel sentiero portavo mio figlio, quando aveva un anno e poco più. Le ruote del passeggino cricchiavano sulla ghiaia, si facevano morbide e silenziose sullo sterrato ed era bello perché c’erano altre madri con i loro bambini e persone che correvano, camminavano, e cani al guinzaglio o sciolti (ma ubbidienti) e le anatre nel canale. C’erano molte cose da mostrare e far conoscere e di cui sorprendersi insieme. Questo fino al mulino. Al mulino di solito era passata quasi un’ora – camminando lenti – e veniva il momento di tornare indietro. Il mulino erano le nostre Colonne d’Ercole e quasi avevo l’impressione che non ci fosse nient’altro, oltre, e forse realmente non c’era: nulla che avesse un significato per me o che io ritenessi di dover additare a mio figlio (altre madri e altri bambini, altre persone che camminavano, correvano, altri cani legati o sciolti, altre anatre – ma di un diverso, inconoscibile mondo).

Cammino lungo il sentiero che conosco, dunque. Cammino e stavolta sono sola. Non so come sia stato, che a un certo punto ho cominciato a sentire le gambe. Sentirle come non le avevo mai sentite prima, non come pezzi del mio corpo soggetti a una sorta di volontà o desiderio centrale, ma come organi, organismi, dotati di una loro propria volontà. La volontà delle gambe era il cammino. La volontà delle cosce, delle tibie, dei polpacci, dei muscoli femorali era il cammino. Un movimento via via più veloce, un ritmo scandito dal fiato e dall’ondeggiare contrapposto delle braccia: avanti il destro a bilanciare la sinistra, avanti il sinistro a bilanciare la destra. Niente Robert Frost, ricordate? Nessuna scelta, nessuna differenza: solo, improvvisamente, una consapevolezza di natura come forma di intelligenza di ciò che è creato o da sé si crea. Cammino oltre il mulino e al di là delle Colonne d’Ercole, non devo neppure decidere il verso e lo scopo perché le gambe sanno: si procede in direzione declinante, assecondando la lieve pendenza che – continuando e continuando – porterà al mare (Mestre e poi Venezia, facendo due rozzi conti). Non ho quasi nulla con me come ho detto, niente che possa soddisfare un desiderio o un progetto. Ho il cellulare e non lo guardo, il cellulare non serve al cammino. Dopo due ore mi accorgo di avere sete ed entro in un bar e chiedo di poter bere. Dopo tre ore mi accorgo di avere fame ed entro in un bar e chiedo di poter mangiare. Non c’è nessun desiderio in questo – desiderio di acqua o di cibo – solo il bisogno capace di prevenire il desiderio: nel bisogno di bere si beve, nel bisogno di nutrirsi ci si nutre. Uso la banconota per soddisfare il bisogno e permettere alle gambe di assecondare la loro natura.

Assecondare la propria natura è qualità di tutto ciò che mi trovo a guardare. È nella natura della pelle scaldarsi e sentire freddo e infatti, con il passare delle ore, la mia pelle si scalda e suda leggermente sotto la maglietta, il maglione e il giubbotto, e poi si raffredda procurandomi brividi. È nella natura del sole dare l’impressione di salire sostare e ridiscendere e infatti vedo, nel pomeriggio che conclude, il sole fattosi piccolo nascondersi sotto i pampini arricciati delle viti. È nella natura dell’acqua accumularsi in pozze che prima scanso e poi calpesto ed è nella natura della terra essere feconda, pure in quella giornata fredda come il metallo, la fecondità delle carossidi sparpagliate sulle zolle come peni che rilasciano gli umori degli ultimi chicchi gialli.

Alle sei di sera sono persa. Perduta nella campagna. Non credo di essere troppo distante da casa: ci sono state svolte, curve, gomiti e deviazioni e la mia impressione è di aver camminato in tondo. Però non so dove sono. È nella natura degli alberi sbarrarti la strada e impedirti di comprendere dove sei. È la natura della luce cominciare a nascondere. La natura delle cose è non capire.

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