Valentina Durante – Copy & Story | Facebook e la virtualità del male
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Facebook e la virtualità del male

 

Il primo post sulla strage di Bologna l’ho letto ieri mattina, verso le dieci, scritto da una persona che conosco solo virtualmente, ma di cui ho grande stima. Erano pochissime righe, sopra un’immagine: due lancette, la lancetta più lunga tuffata nel sangue. Quel post mi ha fatto male, un male di trafittura. Lo ho letto, poi guardato, poi riletto e riguardato. Non sono neppure riuscita a esporre una reazione: like, commento, eccetera. Ci sono stati altri post, dopo quello. Durante la giornata, collegandomi qui (ultimamente faccio di Facebook un utilizzo piuttosto pigro e passivo: scorro, pubblico poco) ho letto e visto molti altri interventi sul tema: testi brevi, brevissimi, lunghi e una mezza via, riflessioni, narrazioni, o anche solo fotografie: fotografie d’epoca, o fotografie metaforiche, o disegni. Della strage di Bologna, io non ho alcuna memoria. Avevo cinque anni da poco compiuti: non ricordo la televisione, non ricordo i giornali, non ricordo le reazioni degli adulti e le spiegazioni dei miei. Non ricordo niente. La strage di Bologna – vederla, sentirne dire – è per me simbolo ed evocatore di altre stragi: non ne faccio l’elenco, non è di questo che voglio parlare ora. Voglio parlare invece della mia reazione: perché approssimandosi la sera, ieri, e post dopo post, foto dopo foto, io ho sentito quella trafittura stiepidirsi, sciogliersi. Quel punto, o punctum che come freccia trafigge, ha iniziato a perdere la sua qualità acuminata. Tutto ciò ha qualcosa di tremendo. Nel momento in cui lo ho anche verbalizzato, con me stessa, nel momento in cui ho capito che si stava verificando, in me, senza che me ne rendessi conto, o senza comunque che io lo volessi, una sorta di addomesticamento del dolore, io lo ho trovato tremendo. E però accadente e inevitabile.

Prima di fare il lavoro che faccio, io la pubblicità non la capivo. Quella di certi prodotti, almeno, che passava inesorabile alla tivù. A dodici, tredici, quindici, vent’anni, mi chiedevo che senso avesse, trapanarmi il cervello – a me, e a tutti gli altri davanti allo schermo – trasmettendo per tre, cinque, sette volte in loop lo spot dello stesso detersivo. La stessa sera. Sera dopo sera, per settimane: quello che oggi so chiamarsi “flight”. Perché io, alla terza o quarta messa in onda, quella pubblicità arrivavo a odiarla: che fosse fatta bene o male non importa: il doverla subire, senza possibilità di scampo, una quantità infinita di volte, fomentava il fastidio. Non capivo perché le persone intenzionate a vendermi un prodotto dovessero fomentare in me il fastidio. Oggi, che questo lavoro lo faccio da più di vent’anni, so: che lo scopo di certa pubblicità non è quello di far amare, ma di far ricordare. Di generare quella che in gergo si chiama “awareness”, consapevolezza. La consapevolezza genera familiarità. La familiarità fa sì che tu, al momento non di un acquisto ragionato (l’auto) e neppure di un acquisto edonista (l’abito) ma di un acquisto quotidiano e  ripetitivo (il detersivo) finisca per prediligere ciò che meglio ti si è conficcato nel cervello. Repetition repetition repetition: si trapana il cervello e ci si pianta un semino. È l’anima del commercio, da sempre.

L’anima del commercio genera dunque familiarità: tutto, con la reiterazione, ci diventa prima o poi familiare. Anche ciò che è terribile. Nella sua terribilità, entra a far parte della nostra vita: e vivendo assieme a noi, poco per volta, e senza che ce ne rendiamo conto, si affievolisce. È come se avvolgessimo il terrore in uno straccio, che lo fa non più così rovente. Un terrore quasi da stringerselo al petto, come una boule dell’acqua calda. Warhol, con le sue serigrafie ripetute, faceva proprio questo. Nell’indagare il soggetto di massa come congiunzione fra lo spettacolo e il disastro (l’apice: la notizia del disastro), Warhol replicava l’immagine decine, centinaia, oggi migliaia, milioni di volte (se consideriamo il numero di cloni, varianti, stampe, eccetera). Warhol diceva: “Non voglio una cosa fondamentalmente uguale: la voglio esattamente uguale. Perché più tempo passi a guardare la stessa identica cosa, più il significato scivola via, e meglio – e più vuoto – ti senti”. E diceva anche: “Quando osservi all’infinito un’immagine terrificante, non ha più alcun effetto”. La ripetizione è, in Warhol, l’addomesticamento del trauma.

Ho pensato a questo leggendo un articolo, breve, e però molto condiviso sui social: è un editoriale di Fintan O’Toole intitolato: “Dimenticate il post-fascismo, quello che stiamo vivendo è il pre-fascismo”. Scrive O’Toole: “Bisogna minare i confini morali, assuefare le persone ad accettare atti di estrema crudeltà. Come i segugi, le persone devono essere insanguinate. Bisogna dare loro il gusto della brutalità. Il fascismo ci riesce costruendo il senso di minaccia nei confronti di un gruppo esterno detestato.” Mi ha colpito la parola “assuefare”, che così somiglia al mio “addomesticare” e al warholiano “non ha più alcun effetto”. È terribile che ci siano persone assuefatte a riti di estrema crudeltà e persone insanguinate ed eccitate dal gusto della brutalità. Ma ancora più terribile, a mio avviso, è la presenza di persone che, del tutto inconsciamente, del tutto involontariamente, finiscono per assuefarsi alla presenza di questa assuefazione. Perché questo è ciò che accade, a un livello più o meno esteso, nei social e particolarmente su Facebook: e non per cattiva volontà o cattiva coscienza, tutt’altro; proprio per buona volontà e buona coscienza, per quella famosa strada lastricata di buone intenzioni. Perché a farla da padrone, nei social e particolarmente su Facebook, sono le caratteristiche intrinseche del mezzo, non il nostro retto modo di usarlo.

In questi giorni mi è capitato di leggere un secondo articolo: è di quasi un anno fa, ma la sostanza è ancora buona per l’oggi. Certe considerazioni sono appena – e forse malamente – abbozzate: ma merita una lettura. S’intitola: “Come Facebook cambia il nostro modo di percepire la realtà”. Quando postiamo, commentiamo, piacciamo, amiamo, piangiamo, c’incazziamo, in sostanza interagiamo su Facebook, abbiamo forse l’impressione di essere su una libera, aperta, pubblica piazza. Un’agorà. È vero, di tanto in tanto compaiono gli annunci, le sponsorizzate: ce ne accorgiamo, li ignoriamo, così come per strada possiamo scegliere di ignorare un cartellone pubblicitario. Ma Facebook non è una pubblica piazza, né un’agorà. Non sarà nemmeno un pantopticon, come suggerisce Andrew Keen, ma è un ecosistema regolato da una necessità finanziaria: quella di generare profitti. Questo va tenuto presente, perché l’apparente gratuità del mezzo, inganna: Facebook non è gratuito; Facebook ci dà qualcosa – la possibilità di entrare in contatto con gli altri – in cambio di qualcosa d’altro: la nostra attenzione. Il modo in cui questa attenzione viene utilizzata e, nell’utilizzo, manipolata, credo sfugga anche alle intenzioni di chi Facebook lo ha creato: questo pensiero, io lo ho fatto quel giorno di settembre 2015, nel vedere la foto del piccolo Aylan.

La foto di Aylan mi ha fatto un male indicibile. Me lo ha fatto come persona, come essere umano capace di provare un minimo di pietà per un altro essere umano, ma me la ha fatta anche a livello intimo e personale: come madre di un bambino che all’epoca aveva circa la stessa età. Che differenza c’era fra Aylan steso sulla sabbia, morto, e mio figlio steso sul lettino, addormentato? Nessuna: corporatura simile, capelli tagliati circa uguali, mio figlio aveva, anche lui, una maglietta rossa come quella. Aylan poteva benissimo essere mio figlio. Ho visto quella foto sui giornali, sul Web, sui social. Su Facebook, qualcuno ha postato l’immagine della pagina doppia di un quotidiano francese: a sinistra c’era la foto di Aylan. A destra, della stessa dimensione, la foto di una campagna stampa: una modella in costume da bagno, seduta sulla riva del mare, in posa pubblicitariamente seducente. Sembrava la spiaggia dove Aylan continuava a morire, ogni volta che lo guardavo: stessa sabbia beige, stesse onde piatte, stessa rena bagnata. L’azienda di costumi da bagno aveva, com’è ovvio, acquistato lo spazio settimane prima: e al momento di uscire né l’intelligenza, né la decenza, né un minimo di buonsenso erano intervenuti per evitare l’accostamento. Tutti, su Facebook, hanno trovato la cosa riprovevole e tra colleghi pubblicitari se ne è parlato molto: e io lì ho cominciato a pensare: che la nostra indignazione era salutare e giusta, e che però quell’accostamento si ripeteva, tale e quale, senza sosta, decine e decine di volte, nelle nostre bacheche, senza che nessuno dicesse niente. Aylan morto sulla riva del mare e la foto della festa di compleanno dei bimbi. Aylan morto sulla riva del mare e il post sulla cena con gli amici. Aylan morto sulla riva del mare e la recensione dell’ultimo libro di. Fatti di tenore, natura, gravità completamente diversa accostati, uno dietro l’altro, senza soluzione di continuità. Mi è stato detto, parlandone, e ho convenuto anch’io, che questa è la vita. Che Facebook non fa che riprodurre la vita. Che nella vita guardiamo la foto di Aylan morto sulla riva del mare e poi ci mettiamo a preparare la cena, perché la giornata deve andare avanti. E questo è vero. Nondimeno, io ho continuato a pensarci e in questi tre anni ci ho pensato spesso e ci ho pensato intensamente ieri, dopo quella serie di post sulla strage di Bologna (intervallati da foto di compleanno, da post sulla cena con gli amici, da recensioni del libro di): ho pensato che su Facebook la reiterazione che addomestica si combina con una paratassi diffusa – dove ogni post ha lo stesso peso e lo stesso rilievo – e tutto questo in un ecosistema guidato da dinamiche esterne, a noi per lo più sconosciute, e che noi percepiamo come vita: come spazio dove accade la vita e che replica la vita. Ho pensato a questo e a quell’editoriale sull’assuefazione alla crudeltà. Qualcosa non mi torna e qualcosa mi spaventa.

Sono stata cresciuta, anch’io, come molte delle persone che stimo e che leggo qui e altrove, con l’idea che dire le cose è importante. Che è importante gridarle, se necessario. Che le parole sono le munizioni della lotta agìta con gli strumenti e i modi della democrazia. Ultimamente, però, all’ennesimo post in cui quell’uomo (non voglio dirne il nome) viene criticato smentito ridicolizzato ridimensionato con grafici, fatti, prove incontrovertibili che la realtà è altro, quando parole, immagini, video, screenshot mi ripropongono, in tante versione warholiane, quell’uomo, che compare compare compare qui, come costante delle nostre vite, io delle parole, di queste munizioni, comincio ad avere paura. Mi vengono in mente quei videogiochi in cui il terribile, gigantesco mostro non muore. Tu gli spari in pancia, in petto, nella gola e lui non muore: perché – e lo capisci poi – quel mostro si nutre di pallottole. Tu spari e lui si nutre. Tu spari e lui s’ingigantisce. Tu parli di quell’uomo, mostri quell’uomo, i fatti e i pensieri e le esternazioni di quell’uomo, e la reiterazione lo addomestica: è il male, sì, ma un male quotidiano al quale cominciamo a fare l’abitudine. Poi ci diciamo l’un l’altro: non siamo più capaci di indignarci. E io mi domando: ma è realmente possibile, su Facebook, una indignazione produttiva, fattrice, non estemporanea?

Ho letto stamattina questo post di Giulio Mozzi. Ne condivido la sostanza, ma specialmente ne condivido parole e modi. Si parla di: “conferenza stampa”, “comportamenti vietati dalla legge”, “costituzione”: ossia degli strumenti consolidati del vivere democratico. Che accadono fuori da qui: da questa finta agorà che non è, e non sarà mai – ricordiamolo – suolo veramente pubblico.

 

Andy Warhol, "Race Riot".

Andy Warhol, “Race Riot”.

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