Valentina Durante – Copy & Story | Foto di famiglia
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Foto di famiglia

 

– Chi sono?
– È la mia famiglia.
– Lei non c’è.
– È una vecchia foto: la laurea di mio padre.
– Quando?
– Nel 1968. Lui è quello al centro, con gli occhiali e la corona di alloro.
– Gli altri?
– Mia nonna alla sua destra, mio nonno alla sua sinistra e due miei zii: lo zio Giorgio e lo zio Ferdinando. Nandino.
– Erano emozionati?
– Non lo so. In famiglia erano in sei figli e mio padre è stato l’unico a laurearsi: perché era maschio e perché era l’ultimo. Ci sarebbe stata una sorella più piccola, la zia Lucia; ma morì investita da una macchina, quando aveva tre anni.
– Dunque suo padre si è laureato quando c’era la contestazione: le aule occupate, le lezioni annullate…
– Doveva laurearsi in fretta. L’università era per i ricchi e la contestazione era per i ricchi fra i ricchi. Lui aveva incominciato a fare supplenze, studiava e lavorava: non c’erano soldi né tempo per altro. Fece una tesi sottile, sulla didattica del latino.
– Suo padre sarà stato orgoglioso. Il padre di suo padre, suo di lei, intendo.
– Mio nonno era semianalfabeta. Diceva che studiare era togliersi lo sfizio prima che arrivasse il pane. Faceva il mugnaio: si spaccava la schiena, si ubriacava all’osteria e parlava pochissimo. Però gli piaceva guardare il telegiornale: stava cogli occhi fissi al mezzobusto per tutto il tempo, senza un fiato. Poi spegneva la tivù e diceva: «Li varà ciapà, lu, i so diesemia franchi» (si sarà guadagnato, lui, le sue diecimila lire).
– Lo ha conosciuto?
– No: è morto quando avevo pochi mesi. Cancro al fegato. Il medico condotto lo curava col Cynar: perché c’è dentro il carciofo, che è depurativo.
– Però suo padre alla fine ha studiato…
– È stato merito di mia nonna. Anche mia nonna era semianalfabeta. Però era una donna intelligente e di buon spirito e le piaceva il teatro. Iscrisse mio padre al ginnasio, dai preti, come seminarista: ci teneva che continuasse, e c’era solo quel modo.
– L’uomo corpulento, vicino a sua nonna?
– È mio zio Giorgio. Si trasferì a Roma, da giovane, e trovò lavoro come portiere d’albergo. Recitò anche in un film, con Sofia Loren.
– Addirittura!
– La Loren arrivava in albergo: lui le apriva la porta e diceva: «Buongiorno.» A Biadene la gente ne parlò per mesi: Giorgio, al cinema, che recita con la Loren. Fu un evento.
– Resta l’ultimo: quello magro, con il ciuffo alla Bobby Solo.
– Mio zio Nandino. Ma di lui non ricordo molto.
– Mi perdoni, ma…
– Ma?
– A vederli, così, ognuno con una borsa o una valigia in mano… sembrano una squadra di commessi viaggiatori.
– Quella delle borse fu un’idea di mio nonno. Diceva che per le cose da “siori” occorreva vestirsi da “siori” e che la differenza, fra “siori” e “poareti”, stava nella borsa. I “siori” hanno sempre una borsa, diceva, perché hanno qualcosa da metterci dentro.
– E allora tutti con la borsa.
– Mia nonna aveva quella nera, della messa e dei funerali. Messe e funerali erano le sue uniche occasioni di socialità.
– E i matrimoni?
– Anche quelli, sì. Ma i funerali sono sempre di più, diceva: perché ci si va senza essere invitati.
– E quella di suo nonno? Sembra una busta di pelle.
– Era la busta per le carte del “notaro”: servì una volta sola, per l’eredità di un certo suo zio. Dei terreni a Jesolo, che mio nonno non volle accettare, per paura che glieli mangiassero con le tasse.
Ma dice che sembrano davvero dei commessi viaggiatori?
– Eh…
– Però questa è la mia famiglia. Ed è da dove io vengo.

[Esercizio con i divieti: pubblicare una foto senza pubblicarla; raccontare una foto senza raccontarla]

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