Valentina Durante – Copy & Story | Fotografare (1)
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Fotografare / 1

 

Ogni giorno, Facebook mi propone dei ricordi da condividere: si tratta di brevi testi scritti da me (come questo), oppure di lavori fatti da altri. Nel sessanta settanta percento dei casi, questi altri sono dei fotografi.
Ho frequentato anch’io un corso di fotografia, una decina di anni fa: poche lezioni, partivo non sapendo praticamente nulla. I cellulari con macchina fotografica non si portavano ancora e io fotografavo con una Nikon Coolpix, una compatta per dilettanti.
Per il corso non andava bene.
Allora mi ero fatta prestare da mio padre la sua vecchia analogica: una Nikon non-so-che-cosa con pellicola, esposimetro, ghiera e tutto il resto. Pesava moltissimo e questo mi piaceva: mi dava l’impressione che fosse qualcosa di valore. Faceva anche moltissimi rumori, tutti diversi: il tic tic tic dell’esposimetro, il krrrr della ghiera, il kataklan dello scatto, un rumore per ogni cosa: e anche questo mi piaceva, perché mi dava l’impressione che, ogni volta che facevo qualcosa, che toccavo qualcosa, si produceva un risultato e questo risultato aveva un suono.
Quella vecchia Nikon era venuta con me a Parigi, in quarta ginnasio: avevo fotografato tutte le cose che di solito si fotografano a Parigi – la tour Eiffel, Montmartre, il Louvre… – con scatti sempre leggermente storti, però con un bel cielo scuro sopra (era sempre piovuto), uno di quei cieli con le nuvole grosse, accavallate le une sulle altre. A casa, avrei voluto tagliare i monumenti e tenermi i cieli.
Al corso, mi ero fatta uno schemino con i tempi di posa e i diaframmi, avevo cercato di mandarlo a mente, non ci ero riuscita, avevo fotografato così come veniva: specialmente alberi, porte e finestre oppure dettagli trascurabili di cose trascurabili (la manopola di un rubinetto, la manica di un maglione, le gambe di una sedia…) che poi sono le stesse cose che continuo a fotografare oggi. Comperavo riviste di fotografia e mi era anche venuta la tentazione di partecipare a un qualche concorso. Erano concorsi a tema. Il tema di un concorso era: “Fotografa il rumore”. Avevo provato a fare scatti di cose rumorose e anche della mia Nikon allo specchio – perché, appunto, anche lei faceva moltissimi rumori – ma non sentivo nessun rumore in nessuna di quelle foto e neppure lo vedevo. Allora avevo preso un numero della rivista “Rumore” (all’epoca lavoravo alle tendenze e comperavo tantissime riviste, di tutti i tipi), lo avevo messo per terra, sull’asfalto (perché l’asfalto mi sembrava un buon ricettacolo di rumori), e avevo scattato. Poi la foto non l’avevo spedita, perché era venuta male.
La parte bella del fotografare era la luce. Non fotografavo quasi mai su pellicola, sempre su diapositive. Guardavo le diapositive con il proiettore, dentro una stanza buia: sulla parete bianca diventata quasi nera compariva la luce e le immagini disegnate dalla luce ed era sempre una sorpresa, perché io ricordavo quel che avevo fotografato, il soggetto dello scatto, ma come quel soggetto si fosse tradotto in luce, dunque in immagine, era qualcosa di completamente inatteso.
Facevo sviluppare le diapositive in rarissimi casi, e sempre restandone delusa: la luce, trasferita su carta, perdeva tutta la sua qualità luminosa, diventava qualcosa d’altro.
Queste cose mi sono venute in mente oggi: pensando all’etimo della parola fotografia: che significa, appunto, “scrivere con la luce”.
Nella mia idea, la fotografia è l’arte più vicina alla scrittura: perché anche quando si scrive non si fa altro che operare una scelta: fra cosa mettere in luce e cosa mettere in ombra. Quel che finisce in ombra non è che sparisca: rimane, nell’immaginazione potenziale del lettore: se io di una cucina descrivo solo il tavolo, è assai probabile che chi legge immaginerà la presenza di qualche sedia assieme e di un lavello e della credenza. Ma per me che scrivo, per la visione che voglio proporre, la cosa importante è il tavolo: allora solo su quello accenderò il riflettore. E la stessa cosa vale per le conversazioni che si trasformano in dialoghi e per i gesti e per qualunque altra immagine immaginata.
La vecchia Nikon poi si è rotta: e non si è potuto ripararla, perché era troppo vecchia. Ho comperato una Nikon nuova, una reflex, e per qualche anno ci ho fatto degli esperimenti, ma con meno soddisfazione: anche perché non ero per niente brava. Poi me l’hanno rubata.
Adesso fotografo solo con il cellulare. E guardo quello che fanno gli altri, quelli bravi davvero, e davanti a certe foto ben fatte succede anche che mi commuovo. Sì, mi commuovo e dico grazie.

Mario Giacomelli

Mario Giacomelli

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