Valentina Durante – Copy & Story | “Guasti” di Giorgia Tribuiani: una lettura, una visione
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“Guasti” di Giorgia Tribuiani: una lettura, una visione

 

C’è quest’uomo.

Che ogni mattina lascia la sua abitazione in Utopia Parkaway e vaga per New York. Rovista negli antiquari, nelle cantine, nei garage sale. Fruga dentro cassetti dimenticati, dentro negozi disordinati. Cerca: oggetti reietti, scarti, guasti. Minuzie invisibili agli occhi comuni, usualmente distratti. A casa, compone con questi oggetti dei collage tridimensionali, dentro scatole. Isolato, ogni oggetto è nulla. Accostato ad altri diventa parte di un sistema, si trasforma in opera: elemento imprescindibile di una collezione.

C’è questa donna.

Che ogni mattina lascia un’abitazione di cui non è dato sapere ed entra in un museo. Lì, passa la giornata accanto al corpo plastinato del suo compagno. Questo corpo non è un cadavere, perché i cadaveri si decompongono, il cadavere è un momento di transizione tra la carne e la polvere. L’uomo di Giada è invece incorrotto: non vive, ma sta. Assieme ad altri corpi sta.

Isolato, l’uomo di Giada è nulla. Accostato agli altri corpi plastinati, agli oggetti, ai visitatori-comparse-oggettificati, agli spazi descritti per sprazzi, per squarci, a Giada stessa, lui diventa parte di un sistema, si trasforma in happening, in opera: elemento imprescindibile di una collezione.

L’uomo è (fu) un personaggio reale. Joseph Cornell, artista statunitense, scultore, pioniere dell’assemblaggio. Ammirato da Duchamp, eppure antieroe: il “borghese tranquillo dell’arte contemporanea”. Visse una vita bloccata: non usciva mai da New York, non sapeva guidare, era astemio e morì senza aver mai fatto l’amore. Visse una vita imprigionata nella sue scatole, nelle sue “shadow boxes”, in questi suoi rifugi mentali perenni. Poco prima di morire, alla sorella, disse: “Vorrei non essere stato così riservato”.

La donna è un personaggio di finzione. La protagonista di “Guasti”, il primo e notevolissimo romanzo di Giorgia Tribuiani. Anche Giada vive, per trenta giorni, i giorni di durata della mostra, imprigionata dentro una scatola. La scatola è il museo e lei, come il suo uomo plastinato, come il vigilante, come la ragazza dai fermagli d’argento, come il vestito rosso, come la borsa, le pasticche, le Tic Tac, i cornetti alla marmellata, sta – non vive – dentro una collezione.

È stato scritto che “Guasti” è la rielaborazione di un lutto: Giada ha perso il suo uomo, fotografo di fama internazionale, e quei trenta giorni sono una lunghissima, struggente, veglia funebre che la porteranno finalmente al distacco. Io non sono d’accordo. Giada non sta rielaborando alcun lutto perché Giada non ha vissuto alcun lutto. Giada vive dentro la scatola, il suo microcosmo, il suo diorama, dove il lutto non è possibile perché la morte non è possibile. La morte non esiste in un sistema di oggetti, la morte non turba un ordine di cose non viventi. La morte non è prevista in una collezione.

Mappe e collage, danzatrici e farfalle, mongolfiere e paesaggi alpini, polveri colorate e cartigli arrotolati, segreti e palazzi, cigni e pappagalli, cassetti e finestrelle, volti enigmatici, ritratti d’altri tempi, fogli di viaggio, ritagli di giornale, biglietti scaduti, cartoline e ditali, conchiglie e bicchieri” (S.Salis).

Le scatole di Cornell.

“…le gambe ossa e muscoli, gli occhi perduti, l’inquadratura, le prefiche, piangiamo insieme il vostro funerale, povera Giada, curvati, adombrati e piangi con noi, piangiamo, e quindi ancora la fuga, la toilette, la maniglia, i lavandini, lo specchio…”

“Guasti”.

In una buona narrazione, la forma contiene e disvela la sostanza – la forma è la sostanza – e nella narrazione di Giorgia Tribuiani impera la figura dell’accumulo: accumulo ossessivo di ricordi, di oggetti, di scorci, di pensieri, di parole, accumulo apparentemente incontrollato e in realtà controllatissimo, come apparentemente ingovernabile e in realtà governata è la creatura-mondo del collezionista. In questo cabinet de curiosités di gesti, parole e voci narranti senza soluzione di continuità (la terza, ma con introspezioni in prima e monologhi rivolti a un silente “tu”) l’autrice si muove con perfetta disinvoltura, scansando l’eccesso, lo stucchevole, il gioco di stile fine a se stesso.

La collezione è creazione.

Scrive Walter Benjamin in “Spacchettando la mia biblioteca. Un Discorso sul collezionare”: “E qui sta invece la visione del fanciullo, che nel collezionista si intreccia con quella del vegliardo. I fanciulli infatti posseggono, quale proteiforme pratica mai abbandonata, la facoltà di rigenerare l’esistenza.”

Giada colleziona i ricordi. E collezionando li crea.

Non era poi così diverso da allora, non così diverso dai tempi delle grandi mostre fotografiche in giro per l’Europa, cinque o sei tappe a scadenza quindicinale e voli prenotati in business class: lui era la star; lei emanava luce riflessa alla sua sinistra”.

Non era poi così diverso: e infatti non lo è. Ognuno dei trenta giorni è un presente che si reitera, un presente dove l’uomo amato esiste perché esistono i fatti che lo inverano: la notte di Capodanno, i premi, le riviste, il vestito rosso, il Compleanno. L’uomo amato esiste, eppure non vive: perché il fatto di vivere non è più così importante. Nel microcosmo costruito da Giada con la sua ossessione è contemplata l’esistenza, non la vita. Una collezione non vive, esiste. Una collezione non nasce, si crea.

Le cose non esistono quando io non ci sono” dice Giada.

Ma quanto esiste e non vive è sterile, come sterili sono gli oggetti. E come sterile è l’uomo amato, con il cazzo moscio, un uomo che non può più procreare nulla: carne, gesti, arte, amore.

Circa a metà del romanzo compare un cartello, con la scritta: guasto. In una narrazione ciò che viene escluso è talvolta più importante di ciò che c’è. E qui: poteva essere guasto un ascensore, guasta l’illuminazione di una teca, guasto il riscaldamento, guasto il condizionatore. E invece guasto è il bagno: il luogo deputato ai bisogni corporali, il luogo dove gli orifizi si aprono e il corpo diventa sconcio e magnifico nella naturalità delle sue aperture: urina, defeca, si masturba. Ma nel diorama di Giada non c’è bisogno del bagno. Gli oggetti non hanno bisogno del bagno. I corpi esistenti e non vivi non hanno bisogno del bagno: non urinano, non defecano, non spargono il seme. Sono plastinati, plasticati (“pla-sti-cazione è il nome giusto per questo scempio, il nome corretto”). Non ne ha bisogno neppure Giada, che nel bagno si limita a specchiarsi, truccarsi, immaginarsi. Che vuole restare nel suo mondo immaginato, essere parte dell’opera, creatura e creatore al contempo: esistente ma non viva, amante in ragione dell’amore, ma non più in ragione dell’uomo, amante in ragione della sua immaginazione.

Le cose non esistono quando io non ci sono

e forse…

Io non esisto quando le cose non ci sono?

Io non esisto se non posso amare, e pur di poter amare fabbricherò l’oggetto d’amore.

Quando accade la liberazione? Quando si prefigura una possibilità di salvezza? Non quando Giada supera il lutto, ma quando Giada, finalmente, ne accetta la presenza. Il lutto è accaduto, la morte c’è stata, la vita per finta è una pausa incistata nella vita vera, è un bubbone che sporge dalla vita vera come sporgente è il cranio dell’uomo plastinato.

E allora Giada alzò il martello e fracassò la testa dell’uomo che tanto aveva amato, assestò un unico fortissimo colpo e il rumore del cranio che si sfondava le fece pensare a un uovo di struzzo…”

Giada non uccide l’uomo una seconda volta: Giada distrugge l’oggetto.

E, così facendo, vanifica la collezione, la rende sghemba, sbilenca, un tentativo di ordine che non ordina più niente, un tentativo di esistenza senza vita che invece: reclama la vita.

E, così facendo, Giada accetta di essere quello che è: non una donna che ha perso l’uomo che ama, non una donna che lo ha pianto per trenta giorni, ma una donna che ha saputo creare, con l’amore, l’oggetto d’amore. Lui non è mai stato l’artista. L’artista è lei: Giada. Che dimostra, con quel martello, con quella testa spaccata, con quell’uovo di struzzo da ridere, non solo come si possa fare arte, ma come, distruggendo, mettendo al primo posto un bisogno di amore e di carne, rifiutando il guasto come unica modalità di funzionamento possibile e l’immaginazione come mero surrogato di vita, si possa andare oltre la sterilità della sola arte.

“Guasti” è il romanzo di un uomo che muore e di un’artista (e di una narratrice: Giorgia Tribuiani) che nasce.

 

Guasti

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