Valentina Durante – Copy & Story | inizio (29/09/2017)
Il diario è una specie di contenitore svincolato da progettualità rigide che permette di sottoporre lingua, immaginazione e capacità associative a degli stress test.
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inizio (29/09/2017)

 

Tenere un diario: non l’ho mai fatto.

Non ho mai sentito pulsione verso la scrittura privata. Fatico a considerare intimi anche certi testi minuti, di servizio – la nota della spesa, una to-do-list… – spesso mi càpita di dimenticarli in giro, con il desiderio segreto che qualcuno li trovi e li legga. Non è una questione di esibizionismo (io, poi, sono per nulla esibizionista). È una questione di rispetto per la parola. Una parola non letta è una parola mai scritta, una parola non ascoltata è una parola mai pronunciata: e io mi accorgo di provare disagio, un senso di spreco, al pensiero di una parola abortita o perduta o alla quale venga negata dignità di esistenza. Qualcuno legge (ascolta), si fa (teoricamente) i fatti miei, e io nel frattempo metto in atto la mia opera salvifica. Qualcosa del genere.

Ci sono stati tentativi.

A nove anni: suggestionata dalla lettura del “Diario di una giovinetta”, poi incalzata da un dono di compleanno. Si usava regalare diari alle ragazzine in età – probabilmente era stata una zia, una sorella di mio padre – e io mi ero sentita in obbligo almeno di provarci. Pagine bianche, niente righe a guidare, le lettere rovinavano giù con un pendente che m’irritava. Le volte che mi prendeva la pedanteria, mi mettevo a tracciare le guide con matita e righello, ma già voltata pagina mi scocciavo e imbruttivo pure la grafia, così da aggiungere danno a danno. Il diario aveva un lucchetto – tutti i diari per ragazzine lo avevano, magari a forma di cuore e con una chiavetta sottile in metallo tenero che si storceva a stringerla – ma io tanto non lo usavo, lasciavo il diario aperto in giro, sperando che qualcuno lo trovasse. Mio fratello, e che leggesse e ne restasse disgustato. E comunque già scrivevo mettendomi in posa.

Al liceo ho tenuto un diario a due, con un’amica. Lo chiamavamo “Donna de’ Paradiso”.

 

O figlio, figlio, figlio,

figlio, amoroso giglio!

Figlio, chi dà consiglio

al cor me’ angustïato?

 

Figlio occhi iocundi,

figlio, co’ non respundi?

Figlio, perché t’ascundi

al petto o’ si lattato?.”

 

Non ricordo a chi fosse venuto in mente quel nome. Non ricordo neppure il perché della scelta. Forse c’era l’idea che quel diario dovesse fungere da lenimento reciproco per qualche pena (amorosa, credo). Cose impossibili da dire (da dirci) a voce, e che lì avrebbero trovato un ventre pronto ad accogliere, per una consolazione in differita. Ma niente da fare: si fingeva moltissimo, entrambe, perché la scrittura è impietosa nel suo permanere (e noi lo sapevamo). La cazzata solo detta scivola via, s’incastra debolmente nella memoria e comunque c’è sempre margine per le revisioni e le riconsiderazioni. Il nero su bianco t’inchioda. In somma: dopo un mese ci siamo stancate, forse abbiamo addirittura litigato, “Donna de’ Paradiso” è rimasto a lei e di questo un poco mi dispiace, perché ho tuttora la curiosità per lo scritto. Ho rimosso tutto, gli argomenti, perfino.

Fine della mia carriera di diarista.

Eppure al diario io riconoscerei una funzione: che non è quella di scrittura privata, e neppure quella di tenere traccia degli eventi. Il diario è (sarebbe, giacché non ne tengo) una specie di contenitore svincolato da progettualità rigide che permette di sottoporre lingua, immaginazione e capacità associative a (vorrei dire: sperimentazioni, ma è una parola che non mi piace) degli stress test. Non c’è necessità di strutturare una trama (vedi il romanzo). E neppure di argomentare una tesi (vedi il saggio). C’è una periodicità (lasca, per quel che mi riguarda), ci potrebbe essere un vago ancoraggio a eventi accaduti (anche solo mentalmente, per quel che mi riguarda) e questo è quanto. Si parte e ci si immerge nel flusso della scrittura, senza necessità di rendere conto: a certi parametri formali o requisiti qualitativi minimi (come sarebbe nel caso della poesia, per dire). E con la possibilità, anche, di miscelare cose diverse: testi miei e testi altrui, prosa poesia saggio, immagini, video, musica (grazie al web è facile).

Che questa cosa che vado a incominciare sia un diario, lo dubito: né un diario vero e proprio, né un diario come lo intenderei io. So che traslerò qui alcune abitudini che avevo in Facebook (dove per qualche tempo non starò), senza sentirmi il cappio al collo della forma breve o brevissima – che per me è sempre stata castrante. Vorrei far gemmare ogni testo a partire da una parola. Girarci attorno, esplorare, immaginare, collegare (anche cose in-collegabili). Vedere cosa succede. Lo facevo anche di là (in Facebook, appunto), ma senza potermi allargare più che tanto, perché poi si viene a noia. La libertà, qui, è che la noia è prescritta: se qualcuno passa, si ferma, legge accettando di annoiarsi un poco (per la relativa lunghezza dei post) bene, altrimenti bene lo stesso: la scrittura è pubblica, dunque vive comunque e a me tanto basta.

Da “Spazi metrici” di Amelia Rosselli:

Salendo su per questa materia ancora insignificante, incorrevo nella parola intera, intesa come definizione e senso, idea, pozzo della comunicazione. Generalmente la parola viene considerata sì come definizione di una realtà data, ma la si vede piuttosto come un “oggetto” da classificare e sotto classificare, e non come idee. Io invece… consideravo perfino “il” e “la” e “come” come “idee”, e non meramente congiunzioni o precisazioni di un discorso concernente un’idea.”

Mi piace questa metafora della parola come pozzo. Il pozzo è qualcosa di fondo, dal quale si attinge: si cala la corda, la corda cala il secchio, il secchio raccoglie (cosa? acqua o anche dell’altro? frammenti di muschio e muffa saldati alle pietre? piccoli microorganismi? sabbia? sporcizia?), le braccia fanno fatica, le mani tirano su. È un’immagine molto fisica: e a me piace, delle parole (della lingua, della scrittura) esplorare la fisicità. Il pozzo è un agente di cambiamento: da secchio vuoto a secchio pieno, da bocca e pancia vuota d’acqua a bocca dissetata. Anche la parola è un agente di cambiamento: perché traduce in forma tangibile un concetto che altrimenti resterebbe solo nella nostra testa.

Parola

Pozzo

Partire da qui?

 

La parola che mostra e confonde:

L’antre de Mallarmé

L’“entre” de Mallarmé

L’entre-deux “Mallarmé”

(di Jacques Deridda)

 

Un diario come lo intendo io: “Traces” (2015) di Nevin Aladağ, Biennale di Venezia 2017.

 

L’atto.

Alfred-Stieglitz, Paula

Alfred Stieglitz, Raggi di sole – Paula – Berlino, 1889

 

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