Valentina Durante – Copy & Story | innamoramento e scrittura (30/09/2017)
Scrivere non è trascrivere la visione, è il preciso farsi della visione. Si scrive perché nella scrittura – incontro tra visione e forma – è uno stato di grazia.
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innamoramento e scrittura (30/09/2017)

 

E anche stamattina i merli, come sempre.

Planano sull’erba, saltellano tra le foglie, si accaniscono sui frutti secchi del nespolo o sulle melagrane spaccate. Nel mio giardino più grande ci sono due alberi: un nespolo, che è sempre stato lì. E un albero il cui nome non conosco, piantato pochi mesi dopo l’acquisto della casa. Il nespolo è un albero impegnativo, e anche noioso: sgronda foglie durante tutto l’anno, e poi i frutti a diversi stadi di maturazione e non c’è modo di tenere l’erba pulita, sotto. L’altro albero (il nome mi era stato detto, dai vivaisti, ma l’ho subito dimenticato) è più gestibile: s’infoglia in primavera, piano piano, prima con gemme verde chiaro e tenerissime, poi con foglie più robuste ma sempre discrete (quelle del nespolo sono foglie enormi al confronto, e dalla pagina spessa che col freddo s’accartoccia e crepita); finita la bella stagione – dunque verso fine ottobre, inizi di novembre – viene giù tutto di colpo: le foglie ormai gialle (di un giallo verde) fanno un tappeto dorato sull’erba e dell’albero non resta che una nudità di rami marrone-grigio. In un paio d’ore si rastrella tutto e fino all’anno dopo non ci si pensa più. Nel giardino più piccolo c’è solo una palma, che a me piace tanto. In molti dei testi che ho scritto, ogni tanto spunta una palma: ed è la palma del mio giardino più piccolo e ne parlo senza un particolare motivo: solo, diciamo così, per affetto immotivato (ha motivo l’affetto?). Nei testi che scrivo parlo spesso anche dei merli. Lo faccio perché guardare le cose minute della natura mi piace molto, ho l’idea di imparare molto guardandole, e allora resto a guardarle anche per mezz’ora, un’ora o anche più. Mi piace guardare il movimento: come si muovono le foglie sugli alberi o l’erba quando il vento la piega (l’erba ha tantissimi modi di piegarsi quando incontra una corrente d’aria: a seconda dell’intensità o dello spessore del fusto o dell’umidità e secchezza), e poi mi piace guardare il movimento degli animali. Mi sembra un movimento molto consapevole, di una consapevolezza a noi umani inaccessibile. Mi piace pensare, a volte, che in quella consapevolezza che io non so ci sia una specie di saggezza, ed è una saggezza che esercita su di me una certa quantità di fascino. Di questi movimenti minuti mi piace scrivere, appunto. A volte ho l’idea (la certezza) che quello che scrivo non piaccia perché perdo tempo e tempo e parole e parole a parlare di queste cose minute che a me danno un grande piacere, ma che alle persone che leggono non danno un altrettanto grande piacere, penso. Sono scritture in cui non succede niente e dove non c’è un intenso emozionarsi. A volte mi dispiace, di non riuscire a trasferire l’emozione che ho provato io: nel vedere (o immaginare) una determinata cosa e nel renderla parola scritta, darle una chance di incarnazione. Le prime volte che è successo – le prime volte, cioè, che ho assistito a questo processo del farsi carne che la scrittura rende possibile – io ho percepito uno stato come di innamoramento. Ogni innamoramento è un incontro: non importa da quanto tempo conosci una persona – poche ore o tantissimi anni – ma a un certo punto ti rendi conto di incontrarla sentimentalmente. C’è questo sentimento che ti accorgi di provare e che condiziona non solo la visione che hai di questa persona – che ora è completamente nuova per te – ma anche la visione che hai di tutto il resto: perché il resto – quello che è altro da questa persona – viene ri-visto alla luce del sentimento, è come se il sentimento si depositasse come un velo sopra la cornea, il cristallino dell’occhio e lo modificasse permanentemente – sia che la persona resti, sia che se ne vada per sempre. Quando io per la prima volta ho scritto dei merli o della palma che sta nel giardino più piccolo ho sentito un piccolo innamoramento: perché la scrittura, rileggendomi, mi aveva permesso di vedere quelle cose – la palma, i merli – in un modo a me nuovo. La scrittura era il velo depositatosi sulla mia cornea, sul mio cristallino e io, aperti gli occhi, ne ricavavo una specie di stupore. Uno stupore candido, vergine. E però, poco dopo, è subentrato anche un senso di spavento: perché l’innamorarsi è uno stato passeggero. L’incontro presuppone un passaggio – dal prima di incontrare sentimentalmente la persona che ti accorgi di amare al dopo averla incontrata – e tutti i passaggi hanno una durata per forza di cose piccola: non si può eternamente passare. Il velo depositatosi sulla cornea, sul cristallino, si densifica, acquisisce una sua stabilità e durezza e il ricordo dei nostri occhi di prima del passaggio si perde. Ci sono questi nuovi occhi – gli occhi dopo l’incontro con il sentimento – e il loro stabilizzarsi, indurirsi, li rende vecchi. E di qui la paura: senza lo stupore, senza il candore, come si può continuare a scrivere? La prima cosa che ho pensato, dopo lo spavento, è che l’unico modo per non perdere lo stupore e continuare a innamorarsi è quello di incontrare continuamente visioni nuove. Questo però ha incrementato il mio spavento, anziché sedarlo: perché l’intensità del piacere che io provo a contatto con le cose è dato proprio dalla loro ripetuta frequentazione: guardarle una volta due volte tre volte, apprezzare i lievissimi scostamenti e anche il ritmo che, a un certo punto, dà la visione ripetuta. Non sono una persona che ama cambiare spesso ambiente o persone: quando sono costretta a farlo, tendo a subìre piuttosto che a godere del cambiamento. Provo invece un grande piacere quando mi rendo conto che la frequentazione insistita di certe visioni o di certe immaginazioni, anziché annoiarmi, rende il mio sguardo più affilato e penetrante e più disposto ad accogliere gli scostamenti minuti. Stamattina, a esempio, vedendo un merlo che incideva con il becco una melagrana spaccata (mi sono fermata a osservarlo a lungo, per vedere cosa faceva, come faceva, quali movimenti) mi sono accorta di un piccolo scatto fatto con il becco che non avevo mai notato prima: perché avevo sempre osservato i merli alle prese con consistenze più blande, i frutti del nespolo oppure la polpa fresca di una ciliegia oppure le interiora di un animale schiacciato sull’asfalto. Di nuovo, ho sentito il piccolo innamoramento, lo stupore candido. Io mi dico sempre: pubblicazione o non pubblicazione, continuerò a scrivere fino a quando la scrittura mi farà il dono di questi piccoli innamoramenti. Dello stupore candido. Mi dico anche: vorrei che esistesse un modo per non perdere questa propensione all’innamoramento, perché ogni volta che finisco di scrivere qualcosa, anche piccola, anche di bellezza trascurabile, io mi dico: ecco, questa è l’ultima volta, è finita, non tornerà più. Per tranquillizzarmi, mi forzo a certi esercizi che spesso sento consigliare: prova a focalizzarti su di un senso che di solito trascuri, prova a cambiare punto di vista fingendoti un altro, prova, prova, prova. E allora ascolto annuso mi cambio mi fingo. Sono esercizi sensati e onesti, ma la paura resta. Ancora ascolto annuso mi cambio mi fingo. E ancora la paura. La paura se ne va un poco mettendomi a testa in giù: partendo non dalla visione, ma dalla scrittura stessa. Forse, mi dico, non è la visione delle cose a far nascere la scrittura, ma la scrittura a far nascere la visione delle cose. La scrittura non è testimonianza, trascrizione dell’innamoramento, è innamoramento essa stessa: è l’incontro tra la visione e la parola, dove non c’è un prima e un dopo, una visione e poi una parola, ma è un esserci insieme, allo stesso momento: la parola, facendosi, si fa visione, e la visione, facendosi, si fa parola. Come ho detto, ho scritto spesso dei merli. A esempio questa cosa qui: “Un merlo saltellava sull’erba, con movimenti nervosi. Nadia lo seguì con gli occhi: un saltello, un altro saltello, la testa ruotata a destra, la testa ruotata al centro, un saltello, un altro saltello, il becco affondato nell’erba, un saltello, la testa ruotata a destra, la testa ruotata al centro, il becco affondato nell’erba, qualcosa nel becco, forse un lombrico o un piccolo insetto, la testa ruotata a sinistra, la testa ruotata al centro, la testa allungata al cielo, la gola che si riempie, del lombrico o del piccolo insetto, la testa ruotata a destra, la testa ruotata al centro, un saltello, un altro saltello, un altro saltello, il becco affondato nell’erba, la coda che si solleva, una volta, due volte, un saltello, la testa ruotata a sinistra, una pausa, un fissare qualcosa, la testa ruotata al centro, la testa ruotata a destra, una pausa, un fissare qualcosa, la testa ruotata al centro, la coda che si solleva, le ali che si sollevano, il merlo tutto che si solleva, su, fino al nespolo, che si confonde fra le foglie, foglie verde metallo nella pagina inferiore, tòrta dal vento, foglie verde cupo nella pagina superiore, un verde quasi nero, il nero fitto delle ali del merlo impigliato fra i rami, come intessuto con ago e filo dello stesso colore”. Questo testo – che fa parte di un romanzo – è nato da un incontro: non tra i miei occhi e un merlo che si muoveva in giardino, ma tra i miei occhi che guardavano un merlo che si muoveva in giardino e una forma. Avevo letto, qualche giorno prima, la poesia di Antonio Porta “Come se fosse un ritmo”. Mi era piaciuta e quelle cadenze continuavano a echeggiarmi in testa, quasi un riverbero. Come tante mattine (come questa mattina) stavo guardando i merli saltellare in giardino. E improvvisamente, li ho visti attraverso quella poesia di Porta. Ho preso il taccuino, ho scritto, ho ricopiato a pc, ho riscritto, ho riletto. E rileggendo, parole che avevo scritto io, il movimento dei merli mi è apparso in un modo tutto nuovo. Ho sentito, lo ricordo distintamente, il piccolo innamoramento, lo stupore candido.

Io so che la scrittura può non finire. Che la scrittura contiene in sé gli anticorpi contro la vecchiezza, la disgregazione, l’imputridirsi della scrittura stessa. Scrivere non è trascrivere la visione, è il preciso farsi della visione. Non si scrive perché si hanno i piccoli innamoramenti, gli stupori candidi per le cose. Si scrive perché nella scrittura – incontro tra visione e forma – è uno stato di grazia.

 

The Tree of love

The Tree of love, di Laura Makabresku

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