Valentina Durante – Copy & Story | La Tigre Assenza (un estratto / 1)
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La Tigre Assenza (un estratto / 1)

 

Pensavo a questo, l’altra mattina, mentre in sala d’aspetto guardavo un po’ la rivista, un po’ la gente che mi circondava: mia madre addormentata per finta, la segretaria che faceva la spola dalla scrivania allo studio del medico, la donna reduce dalla chemio, le anziane con problemi di salute o forse di soldi o forse entrambi; e il rappresentante, che a differenza di tutti gli altri – che manifestavano una qualche disponibilità alla comunicazione con la voce o anche solo con lo sguardo – teneva la testa curva sulle ginocchia e lo sguardo fisso sullo smartphone, a rimarcare una distanza: lui stava lì per lavoro, non aveva niente a che fare con la malattia. Mi sono chiesta, fra tutti noi, chi avesse priorità di risarcimento. Chi stava portando il peso maggiore? La donna malata di cancro? Il marito che la assisteva e forse l’avrebbe persa? Mia madre, sana nel corpo, ma ostaggio di un cervello che giorno dopo giorno sembrava regredire verso un punto – ancora lontano, ma chissà per quanto – antecedente alla coscienza? Io che ero lì con lei, per un banale giradito, perché lei non sarebbe stata in grado di esserci da sola? Io che ancora m’impigliavo le dita, al mattino, nel costume rosa di mia figlia e mi mettevo a piangere? Io che ascoltavo di nascosto mio figlio mugolare nel sonno? E la donna malata di cancro? Che altro c’era: al di là, a latere del cancro? Quali altri pesi che io non conoscevo, perché l’unica cosa che potevo vedere, e sapere, di lei era qual fazzoletto e suo marito che le stringeva la mano e l’unica cosa che lei poteva vedere, sapere, di me era il mio essere seduta accanto a una donna più vecchia di me ma non ancora vecchia che fingeva di dormire, la testa premuta sulla parete bianco-quasi-azzurro? Ho preso la mano della mamma, come per guardarle meglio l’unghia: dal piccolo sussulto che ho percepito nelle dita, ho avuto conferma che era sveglia. Chissà quale cura somministrerà il dottor Forti, mi sono chiesta: se un semplice disinfettante o una pomata antibiotica o addirittura un farmaco per bocca. Dovrà capirlo dall’esame medico, dalla valutazione della pelle, della forma, delle secrezioni che fuoriescono dal dito. Non è sempre facile: classificare una situazione secondo una scala oggettiva di gravità, stabilire una gerarchia della sofferenza. La segretaria si è alzata, ha bussato, il dottor Forti è uscito e hanno scambiato qualche parola. Mentre li guardavo parlottare, in piedi, a pochi metri da me, senza poter sentire niente, ho pensato a quel che mi sarebbe piaciuto fare quel giorno, poi, usciti dallo studio: portare la mamma a pranzo fuori, in pizzeria, e con pazienza convincerla a mangiare su quei piatti che non aveva potuto lavare, su quelle posate che non aveva potuto disinfettare e quei cibi dei quali non aveva potuto controllare provenienza e tempi di cottura. Le tenevo la mano e improvvisamente non ho percepito in lei più nessuna resistenza, ma un completo abbandono: delle sue dita alle mie dita, del suo palmo al mio palmo. E neppure in me stessa percepivo resistenza: le mie dita cercavano e accoglievano le sue dita, il mio palmo cercava e accoglieva il suo palmo. Siamo rimaste così, finché la segretaria non ci ha invitate ad entrare.

[Questo è un estratto da “La Tigre Assenza”, un mio romanzo inedito]

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