Valentina Durante – Copy & Story | La Tigre Assenza (un estratto / 4)
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La Tigre Assenza (un estratto / 4)

 

da Claudia, per Stefano

 

Stamattina mi sono alzata tardi. Non succedeva da mesi: dal giorno dell’incidente, credo, non sono più riuscita a dormire bene da allora. Però stanotte mi pare sia andata meglio: non ho avuto incubi se non altro, anzi, non ho proprio sognato. O se ho sognato non lo ricordo. Fatto sta che mi sono alzata qualche minuto prima del suono della sveglia (ero abituata a precederla, e di qualche ora) con questa sensazione di sogni non sognati, oppure dimenticati, la sensazione di essere stata – per una notte, dopo molte notti – finalmente risparmiata. Sono scivolata giù dal letto e ho aperto la finestra e le imposte. Mi aspettavo una brutta giornata – le previsioni chiamavano pioggia – e invece la pioggia non c’era, solo questo cielo non limpido, con strati spessi di nuvole grigie e poi vento, molto vento. Le tapparelle del condominio di fronte erano tutte sollevate. C’erano panni stesi sui terrazzini, e il vento gonfiava due lenzuola celesti – un celeste molto bello, ho pensato, un poco più scuro del celeste cielo, ma non ancora blu – tendendoli dall’interno come le vele di una nave. La dirimpettaia – la signora cinese della quale ti ho parlato, ricordi?, quella con cinque bambini – è uscita sul terrazzino e l’ho vista rientrare poco dopo lasciandosi dietro una scia celeste. Sul filo bianco era rimasto qualcosa: uno straccetto di colore rosa pallido, tenuto fermo da una pinza da bucato. Ho cercato di capire cosa fosse. Mi sono sporta col busto e sono rimasta dieci minuti buoni a fissare il terrazzino e quel pezzo di stoffa rosa pallido che il vento sembrava voler strappare a morsi dal filo. Poi ho stabilito che doveva trattarsi di un paio di mutandine da bambina. Non ne ero davvero sicura – potevano anche essere calzini appaiati o un fazzoletto – ma così ho deciso di vederle io: le lenzuola celeste cielo avevano coperto quelle mutandine per chissà quante ore, per chissà quanti giorni, e adesso si erano ritirate, come si ritirano le onde del mare, si allungano si frangono si ritirano, e le mutandine di bambina erano affiorate: sole, dimenticate, sul filo bianco.

In questi mesi mi sono chiesta spesso se fosse un mio diritto odiare Veronica. O, date le circostanze, se non fosse addirittura un mio preciso dovere. Se la gravità di quanto è successo non m’imponesse una responsabilità, e se quella responsabilità non fosse gioco forza in direzione dell’odio; quasi che, non odiando Veronica, sottraendomi colpevolmente a quell’obbligo, io accettassi di perdere mia figlia una seconda volta. So che i fatti sono stati accertati, e che dove non c’è stato accertamento ci si è orientati verso una spiegazione da poter dare in pasto, con sufficiente confidenza, alla razionalità. Razionalità che in noi due è sempre stata così forte e subitanea e persino irriflessiva – la ragione come primo conforto e unica spiegazione a tutto – da trasformarsi quasi in istinto. So anche che, dando credito a questi fatti e a coloro che li hanno presentati come indiscutibili, Veronica non ha colpa. Non ho bisogno di ricostruire ancora nella mia testa (l’ho già fatto troppe volte, papà) tutte le dinamiche: la distanza di Gabriele e Sofia dalla riva; la distanza di Veronica da loro due; l’altezza dell’acqua rispetto a Gabriele e Sofia, nel punto in cui si trovavano; il tempo intercorso tra l’accasciarsi a terra di Sofia e l’accorrere di Veronica e l’inspiegabile immobilità di Gabriele e la corsa senza più alcuno scopo. Neppure ho bisogno di ripercorrere le spiegazioni offerte, di farle vagliare dalla ragione finendo per trovarle ineccepibili – lo stomaco vuoto d’acqua di mia figlia, l’implausibilità di un annegamento – o di riconsiderare le ipotesi già considerate dopo l’accaduto: che mia figlia avesse mangiato troppo (non è vero), che fosse accaldata (impossibile, visto che era immersa per metà del corpo), che avesse problemi cardiaci mai diagnosticati (e questa sì, questa è l’unica eventualità che non mi sento di escludere). Io so – e non occorre ripetermelo – che si è trattato di un incidente: che poi si voglia chiamare questo incidente “infarto” oppure “disgrazia” non fa grande differenza. O forse sì: le parole, me lo hai insegnato tu no?, fanno differenza: classificano, spiegano, porgono se stesse come contenitori di senso. E gli incidenti fanno questo: incidono. Calano come un punteruolo sul foglio intatto, sulla tua vita che finora è stata quel foglio intatto, e strappano. Cosa sia la tua vita da quel certo punto in poi, è difficile stabilirlo: se il vuoto dello squarcio oppure il pieno, slabbrato e scomposto, che gli si coagula attorno. In questo momento, il mio vuoto è vuoto e basta. Il pieno slabbrato e scomposto contiene invece molte cose: e mi sembra che tutte abbiano una loro necessità. Fra queste c’è anche l’odio per Veronica, che so non essere colpevole, e che pure non posso considerare incolpevole. Come se una colpevolezza fosse inevitabile e fosse anche inevitabile attribuirla alla persona che – per puro caso, come spesso succede – si è trovata a passarle accanto.

Il vento è proseguito a lungo stamattina, e scuoteva i rami degli alberi, e spazzava via dalla tettoia la polvere e le foglie secche. Ho fantasticato di uscire di casa, percorrere i pochi metri che mi separavano dal condominio, suonare al citofono della signora cinese e chiedere di quelle mutandine da bambina. Il costume che Sofia indossava quel giorno era molto simile: rosa pallido, con dei fiocchetti di un rosa più scuro annodati ai fianchi. Ho regalato o gettato via tutti i vestiti di mia figlia, ma non quel costume: l’ho messo nel cassetto dove tengo la mia biancheria, mescolato alle canottiere, ai reggiseni, agli slip. Ogni mattina, quando ci rovisto dentro, rischio di ritrovarmelo difronte o impigliato fra le dita. A volte quando succede non riesco a impedirmi di piangere, e la giornata comincia orribilmente. Però è un rituale al quale non posso e non voglio sottrarmi, un modo per ricordarmi che non devo lasciar andare, che qualcosa è ancora fermo lì, a quel giorno di agosto, irrisolto. Credo che finirò per gettare quel costume, o per relegarlo all’inaccessibilità di una scatola bene in alto sull’armadio, quando, se, Gabriele ricomincerà a parlare.

Ha fatto progressi, mi dicono. La maestra Elena lo stimola molto, ma senza mai forzarlo: cosa che a me, come vedi, non riesce. È una brava educatrice, Elena, buona e dolce: sono contenta che abbia preso a cuore Gabriele. Se tuttavia lei riesce dove io fallisco è per la sua condizione di sostanziale estraneità: si è affezionata a mio figlio, mio figlio si è affezionato a lei, ma la realtà è che Gabriele non é suo figlio e lei non sente, non può sentire quell’urgenza che avverto io e che tanto si avvicina, talvolta sfiorandola, alla disperazione. L’altro giorno sono arrivata a scuola in anticipo. Mi hanno fatto entrare: non si potrebbe far entrare i genitori prima della fine delle lezioni ma certe volte, di pomeriggio, se c’è la maestra Elena, tenendo conto che tutti sanno – di Gabriele, di noi, della nostra situazione, e che forse facciamo un po’ pena – i bidelli chiudono un occhio. La maestra Elena stava facendo suonare i bambini con uno silofono. Era di legno, con le tessere colorate di grandezza decrescente e due bacchette, di legno anch’esse, dall’estremità tonda. A turno, i bambini suonavano percuotendo le tessere con le bacchette. Qualcuno, su invito della maestra, si accompagnava con la voce. Poi è toccato a Gabriele. Inizialmente non ha voluto saperne: e l’ho visto come lo vedo di solito, rigido e refrattario alle cose. Non percepivo però nessuna ostilità, come del resto non la percepisco neppure a casa. Mio figlio non è mai ostile: è di una quiete irremovibile e completamente liscia, una quiete che non concede appigli. Allora la maestra Elena gli ha detto che non pretendeva che lui cantasse, bastava che suonasse una nota. “Solo una”, ha detto, “sono sicura che puoi farcela”. Gabriele l’ha guardata negli occhi, come ne studiasse le intenzioni, poi ha preso una delle due bacchette e ha suonato, colpendo la tessera blu all’estrema sinistra: una volta sola. La maestra ha reagito in maniera molto composta: non ha battuto le mani, né si è complimentata a voce alta. Si è limitata a carezzare mio figlio sulla schiena dicendo: “Molto bene” – cosa che del resto aveva fatto anche con gli altri bambini. Lo stesso ha ripetuto a me, prima che andassimo via: “Gabriele sta andando molto bene”. Ho detto che questo mi rendeva felice, che le ero riconoscente per quanto stava facendo, e che ogni piccolo progresso era una tappa fondamentale del percorso: frasi, queste, che mi aspettavo lei gradisse sentirsi dire, ma che non avevano un particolare valore per me. Mio figlio aveva suonato una nota: non aveva parlato, ma aveva percosso con la bacchetta uno silofono, la tessera blu all’estrema sinistra. La maestra gli aveva detto: molto bene, e gli aveva carezzato la schiena. Eppure io – nonostante la mia felicità esibita, nonostante mi fossi poi complimentata con mio figlio guardandolo salire in macchina – avevo pensato solo questo: che Gabriele, quel giorno, come il giorno prima e come quello prima ancora, non aveva detto una parola. Che per sentire la sua voce avrei dovuto fare, anche quella sera, ciò che facevo da otto mesi tutte le sere: accucciarmi ai piedi del letto, lui addormentato, e aspettare un colpo di tosse o un respiro più pesante del solito o un mugolio incitato dai sogni. Questo era l’unico modo per poter ascoltare mio figlio: cercare di sorprenderlo nel suo stato incosciente, con la stessa violenza di chi – come il ladro – sottrae di prepotenza cose non sue.

Vi ho lasciato in frigo un po’ di insalata di riso: per me e Gabriele era troppa. Spero che la mamma non abbia avuto uno dei suoi soliti attacchi e finito per buttarla via.

 

2 aprile 2017

 

[Questo è un estratto da “La Tigre Assenza”, un mio romanzo ancora inedito]

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