Valentina Durante – Copy & Story | l’altro giorno sono arrivata a scuola in anticipo…
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l’altro giorno sono arrivata a scuola in anticipo…

 

L’altro giorno sono arrivata a scuola in anticipo. Mi hanno fatto entrare: non si potrebbe far entrare i genitori prima della fine delle lezioni ma certe volte, di pomeriggio, se c’è la maestra Elena, tenendo conto che tutti sanno – di Gabriele, di noi, della nostra situazione, e che forse facciamo un po’ pena – i bidelli chiudono un occhio. La maestra Elena stava facendo suonare i bambini con uno silofono. Era uno silofono di legno, con le tessere colorate – ogni tessera un colore diverso – e di grandezza decrescente. C’erano anche due bacchette, sempre di legno, con l’estremità tonda. I bambini, a turno, suonavano percuotendo le tessere con le bacchette. Qualche bambino, su invito della maestra, si accompagnava con la voce. Poi è stato il turno di Gabriele. Inizialmente non ha voluto saperne: e lo ho visto come lo vedo di solito, rigido e refrattario alle cose. Non percepivo, tuttavia, nessuna ostilità: come del resto non la percepisco neppure a casa. Mio figlio non è mai ostile: è di una quiete irremovibile e completamente liscia, che non concede appigli. Allora la maestra Elena gli ha detto che non pretendeva che lui cantasse: bastava che suonasse una nota. Solo una – ha detto – sono sicura che puoi farcela. Gabriele ha guardato la maestra negli occhi, come ne studiasse le intenzioni. Poi ha preso una delle due bacchette e ha suonato, colpendo la tessera blu, all’estrema sinistra, una volta sola. La maestra ha reagito in maniera molto composta: non ha battuto le mani, né si è complimentata a voce alta; si è limitata a carezzare mio figlio sulla schiena dicendo: molto bene. Cosa che del resto aveva fatto anche con gli altri bambini. La stessa cosa ha ripetuto a me, prima che andassimo: Gabriele sta andando molto bene. Io ho detto che questo mi rendeva felice, che le ero molto riconoscente per quanto stava facendo, e che ogni piccolo progresso era una tappa fondamentale del percorso: frasi, queste, che io mi aspettavo lei gradisse sentirsi dire, ma che non avevano un particolare valore, per me. Mio figlio aveva suonato una nota: non aveva parlato, ma aveva percosso uno silofono con una bacchetta, la tessera blu all’estrema sinistra, e la tessera aveva suonato. La maestra gli aveva detto: molto bene, e gli aveva carezzato la schiena. Eppure io – nonostante la mia felicità esibita, nonostante mi fossi poi complimentata con mio figlio guardandolo salire in macchina – avevo pensato solo questo: che Gabriele, quel giorno, come il giorno prima, non aveva detto una parola. Che per sentire la sua voce avrei dovuto fare, anche quella sera, ciò che facevo da otto mesi tutte le sere: accucciarmi ai piedi del letto, lui addormentato, e aspettare: un colpo di tosse o un respiro più pesante del solito o un mugolio incitato dai sogni. Questo era l’unico modo per poterlo ascoltare: cercare di sorprenderlo nel suo stato incosciente, con la stessa violenza di chi – come il ladro – sottrae di prepotenza cose non sue.

[Questo è un estratto da “La Tigre Assenza”. La foto di copertina è di Loretta Lux]

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