Valentina Durante – Copy & Story | Lettera di addio
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Lettera di addio

 

Lavinia cara,

se tieni questa lettera fra le mani, già sai. T’avrei scritto solo alla fine: questo ci eravamo promesse. Ed eccola, la fine: io, figlia mia, sto morendo.
Non piangere per tua madre. Sono vecchia, e quel che avevo da vivere, l’ho vissuto. E poi chi siamo, noi, per mettere in discussione i Suoi disegni? Possiamo solo accettarli. Anche se non li comprendiamo.
Io li ho accettati, Lavinia. Tutta la mia vita l’ho consacrata a Lui. Per Lui mi sono privata del superfluo e del necessario, levandomi di testa i lussi in ogni occasione e di bocca il pane quando occorreva. Di Lui non ho mai dubitato. Quel che capivo lo accoglievo come un dono, quel che non capivo lo rispettavo con la preghiera.
Mai ho dubitato, figlia mia, nemmeno per un momento. Ma ora che la mia vita sta per finire, ora che di Lui avrei bisogno come mai è successo prima, ora che a Lui dovrei affidare tutta me stessa, ebbene, io dubito.
C’è una cosa che non sai, Lavinia. Una cosa che ti ho sempre tenuta nascosta. Tu non sei la mia unica figlia. Sei, questo è vero, la sola creatura uscita dal mio grembo. Ma prima di te c’è stata un’altra, che non ho potuto chiamare figlia con le parole, ma che ho sempre considerato figlia nei pensieri.
Augusta me la misero tra le braccia che aveva pochi istanti di vita. L’avrei amata come se fosse stata carne della mia carne: questo avevo promesso a sua madre. E quale modo migliore per onorare la mia promessa, pensai stringendo quella bimba urlante al seno, se non affidarla proprio a Lui?
Augusta crebbe così, divisa tra il rispetto per suo padre e l’amore per Dio. Dopo la morte della moglie, Matrucco aveva riversato sulla figlia tutto l’affetto e la tenerezza di cui il suo cuore era capace. Ma il suo era un cuore di guerriero, un cuore devoto al barbaro re Alarico, un cuore corrotto dal culto di sanguinarie divinità pagane.
«C’è un altro Padre lassù» dicevo ad Augusta bambina, mentre riposava sul mio petto, «un altro Signore. Un Signore che siede nel trono dei cieli, cogli occhi aperti sul mondo. Le Sue pupille scrutano ogni uomo, Augusta, scrutano i giusti e gli empi. Il Signore è giusto e ama le cose giuste: sugli empi farà piovere brace, fuoco e zolfo; ai giusti, e solo a loro, mostrerà il Suo volto.» Lei mi ascoltava, rapita. E insieme cantavamo lodi a Dio.
Appena ebbe l’età per capire, Augusta ricevette il battesimo. Facemmo tutto di nascosto. Ora anche lei era una cristiana, una perseguitata. La sera, coperte da mantelli per non farci scoprire, uscivamo chete chete dal castello per raggiungere gli altri fratelli serravallesi. Si pregava tutti assieme. Ci si consolava. Ci si dava coraggio.
Matrucco, però, cominciava a nutrire sospetti: un giorno, mentre io e Augusta camminavamo leste giù per il sentiero, lei reggendo il grembiale con le mani (era solita, la dolce Augusta, raccogliere il pane avanzato dopo i banchetti per donarlo a chi più aveva bisogno), mentre dunque ci affrettavamo verso Serravalle, il padre, che da Serravalle tornava, ci fermò.
«Cosa nascondi dentro il grembiale?» chiese, aspro.
«Nulla, signore. Solo fiori di campo: ce ne sono tanti, qui, e sono così belli…» rispose lei. Non il più piccolo timore, non la minima esitazione, sciuparono la compostezza di quel viso angelico.
«Solo fiori? Nient’altro?»
«Nient’altro, signore.»
Matrucco era suo padre, ma era anche un guerriero. E i guerrieri non si fidano. Nutrono dubbi. Si guardano le spalle. Con la spada Matrucco tagliò a metà il grembiale della figlia: ai piedi di lei cadde una cascata di fiori.
Che dovevo pensare, io, dopo questo? Avrebbe potuto, Lui, trovare un modo più chiaro, più convincente per dire: Augusta è mia? Potevo forse oppormi all’eloquenza di un miracolo?
Raddoppiammo le cautele ma Matrucco, ormai persuaso che la figlia nascondesse qualcosa, raddoppiò le astuzie. Ci fece seguire. Ci fece spiare. Alla fine, ebbe le prove che cercava (ma che, in fondo in fondo, nell’animo suo, sperava di non trovare): Augusta era cristiana. Cosa deve aver provato, lui, un uomo così orgoglioso, così passionale, così devoto a quella figlia che era tutto ciò che gli restava, cosa deve aver provato di fronte a un simile tradimento? Cosa proverei io, Lavinia, se tu mi respingessi? Cosa farei per farti ritrovare il senno?
Lui questo fece: rinchiuse Augusta in prigione, chiedendole di abiurare. Tentò con le lusinghe. Tentò con le minacce. Tentò con gli insulti. Tentò persino con la tortura: le fece strappare due denti, la rivestì di stracci, le tolse il cibo, la costrinse a dormire sulla nuda pietra. Ma se dal padre la figlia non aveva preso le idee, aveva comunque ereditato la fierezza. Augusta non abiurò.
Andavo da lei tutti i giorni. La confortavo. La invitavo a star salda nelle sue risoluzioni, ché la benevolenza del Signore, come scudo invincibile, protegge il giusto che si affida a lui. Pensavo forse che Matrucco si sarebbe alla fine piegato, in nome dell’amore che nutriva per la figlia? Oppure l’unica cosa che veramente mi premeva era il buon esito della mia missione, esito che poteva ben giustificare qualunque sacrificio? E infatti Matrucco non si piegò: pur se il suo amore di padre era forte, l’orgoglio del guerriero, e forse anche il puntiglio dell’uomo, ebbero la meglio.
Augusta venne condannata al rogo. Mani e piedi legati, la misero sopra un mucchio di legna secca e sterpi, poco fuori dal castello, in cima al monte Marcantone. Il padre, col volto sfigurato dalla furia e dal dolore, per l’ultima volta provò a dissuaderla.
«Augusta, torna in te. Te lo ordino come tuo signore. Ti imploro come tuo padre.»
«Porto rispetto per il mio signore. Provo amore per mio padre. Ma c’è un altro Signore, c’è un altro Padre: e ho più obblighi verso di Lui di quanti non ne abbia verso di voi.»
«Morirai, te ne rendi conto? Capisci che non posso lasciarti vivere? Che, per il mio ruolo, per la mia posizione, non mi è possibile fare altrimenti?»
«Lo so, mio signore. Ma anch’io non posso fare altrimenti.»
«Stolta ragazza! Io ti…»
«Che potete fare più di quel che avete già fatto? Più di quel che state facendo? Quaggiù io sono vostra, non ho difese. Ma lassù ci sono altri rifugi, altre fortezze: lassù più nessuno mi potrà nuocere.»
«Così sia, dunque.»
All’ordine venne appiccato il fuoco. Alte fiamme avvolsero il corpo di Augusta e iniziarono a consumarle le vesti. Ma il suo corpo, quale prodigio!, restava illeso: non una piaga, non una bruciatura. Dalla folla, che s’era riunita a capannelli intorno alla pira, s’alzò un mormorio di pietà e rispetto che presto si mutò in stupore: «Il fuoco non la consuma! – Un miracolo! È un miracolo! – Benedetto sia il Signore, gloria all’Altissimo! – Quella fanciulla è una santa, un dono del Cielo! – Preghiamo per lei, affinché lei preghi per noi!» A quella vista, Matrucco, fuor di sé, completamente accecato dall’ira e dall’umiliazione, forse spaventato dalla minaccia di un tumulto, sguainò la spada e decapitò la figlia.
Il contadino saggio pianta un albero lungo il fiume, sapendo che darà frutto a suo tempo e che le sue foglie non cadranno mai. Io sono stata come quel contadino: docile e umile strumento nelle mani di Dio, ho avuto il compito di far sbocciare così precocemente la santità di Augusta. Questo ho sempre pensato. Ma ora che il mio tempo è finito, io dubito. Non ho forse distrutto l’amore tra un padre e una figlia? Rubato a un uomo, già provato dalla perdita della moglie, l’unico affetto che gli restava? Non è stato forse a causa mia se il cuore di Matrucco si è tanto indurito? E non sono sempre stata io a suggestionare una ragazza, per età e temperamento così facile alle influenze, fino a condurla al martirio?
Ti chiedo un favore, Lavinia. Quando io non sarò più, e accadrà fra poco, tu prega. No, non pregare Dio. Non è con Lui che ho contratto i debiti più grandi, non è verso di Lui che ho specialmente mancato. Prega Santa Augusta. Questo io ti chiedo, figlia mia: di pregare la mia piccola, dolce, Augusta. Tua sorella. Pregala perché, se può, mi perdoni.

Tua madre

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