Valentina Durante – Copy & Story | Lost - Montebelluna in disuso
Quindici spazi indecisi. Ventitre fotografie. Una lettera. La mostra "Lost" si è tenuta a Montebelluna nel 2017. Testi di V. Durante. Foto di G. Battistella.
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Lost – Montebelluna in disuso

 

Teresa cara,

quando sono sceso dal treno, stasera, sapevo che non t’avrei vista. Avevo fantasticato, per un istante, mentre dal finestrino scorrevano gli ultimi sprazzi di campagna e case e cielo percorso da nuvole – ora sfilacciate ora compatte –, avevo immaginato, mentre il paesaggio attraverso il vetro si faceva lento, sempre più lento, infine immobile, di scendere i due gradini del predellino e tu eri lì, con il braccio alzato e l’orlo del vestito scosso dal vento. Mi hai preso la valigia di mano, l’hai appoggiata a terra e hai premuto la fronte contro l’incavo della mia spalla, strofinandocela un poco: quel modo tuo particolare di salutarmi, quando eravamo ragazzi. Mi hai chiesto del viaggio, era stato buono?, e se avevo già mangiato. Io ti ho parlato un po’ della giornata e di quella prima ancora. Il vento ti sfilava ciocche sottili dallo chignon e le attorcigliava accanto alle guance, al mento.

Ma non c’era nessuno all’uscita del sottopasso: un paio di studenti, due turisti, un addetto alle pulizie. Sentivo le gambe ancora aggranchite e poca voglia d’incamminarmi verso casa. Come t’avrei trovata? A letto, forse intontita dai farmaci; o magari in cucina, a rassettare le ultime cose, felice per la cena finalmente consumata in solitudine. Ho lasciato la valigia al bar (ho preso un caffè, mi hanno fatto un favore) e ho incominciato a percorrere il viale della stazione: avanti e indietro, con lunghe falcate. Dovevo dare un’impressione curiosa: in stazione, di solito, chi è tornato aspetta fermo sul posto; mentre chi deve partire si affretta, ma verso una direzione. Invece il mio movimento, per quanto concitato, era privo di direzione: era un andare verso e un tornare da – vasche su vasche – senza uno scopo, senza una logica.

Montebelluna

G. Battistella, Montebelluna, 2017.

 

Mi è tornato in mente – questo passando e ripassando davanti all’albergo Gallo, a quel che ne resta – un pranzo di Pasqua, il primo senza i figli. Ti eri vestita elegante – ed era una cosa, questa, il mettere cura nel vestire, che avevi smesso di fare, dopo la nascita di Carla – e il tuo seno, ancora alto e pieno, tendeva la stoffa a fiori della camicetta. Mentre entravamo e tu sfilavi il cappotto, io ti ho trovata improvvisamente bellissima. Più bella di quando eri ragazza: forse per il modo di muoverti: più pacato; o forse per quei fianchi arrotondati dalle gravidanze, che ti facevano sembrare docile, accogliente: tu, così energica invece, talvolta persino marziale. Ci siamo detti quanto apparisse strana l’assenza di Matteo e Carla. Assenza che poi abbiamo dovuto accettare come abitudine. A volte mi domando se quella loro fretta di andar via sia stata un segno del nostro successo come genitori o, al contrario, del nostro più totale fallimento.

Carla è sempre stata insofferente: ma l’insofferenza è una cifra del suo carattere e non credo abbia troppo a che fare né con me né con te. Matteo invece ha voluto allontanarsi principalmente da me. Non mi ha mai visto come un modello: il tuo umiliarmi difronte a lui scopertamente, sistematicamente, mi ha reso ai suoi occhi un esempio penoso e una costante fonte di imbarazzo. Io non sarò mai come mio padre: Matteo non lo ha mai detto. Ma so che lo ha pensato. E avrei preferito, credimi, sentirglielo dire: avremmo almeno giocato ad armi pari. Limitandomi a presumere, non ho mai potuto difendermi: ho dovuto accettare la sua freddezza e la sua docilità come forme di rispetto: ma era un rispetto per me in quanto padre, non per me in quanto uomo.

Albergo Gallo

G. Battistella, Albergo Gallo, Montebelluna, 2017

 

Io sono, inutile negarlo, un uomo che ha fallito. Ma non in senso assoluto – mi sono reso presto autonomo, dopo tutto; ho trovato lavoro e costruito una famiglia; ho cresciuto, credo dignitosamente, due figli, e ora anche loro, questi due figli, sono autonomi a loro volta, benché ognuno alla sua personale maniera. Se debbo confrontarmi con degli standard, o anche solo con l’esempio di altri coetanei, dovrei considerarmi una persona sufficientemente realizzata. Ma rispetto alle tue attese – ed è con quelle che io ho avuto a che fare, in questi quarant’anni – io ho massimamente fallito: non sono stato, specie nel lavoro, per nulla all’altezza di ciò che tu avevi previsto per me. E anche quando mi riusciva di conseguire modesti successi – penso alla volta che ho chiuso la commessa con quel grosso mobilificio di Verona – tu reagivi con tanto poco entusiasmo che anche i complimenti mi arrivavano, realmente, come larvate critiche. “Non è poi questa gran cosa” oppure “E a fine mese, poi, lo si vedrà?” o anche “Erano tanto bendisposti che sarebbe riuscito chiunque”. Questo leggevo io in quei “Ben fatto” o “Vedi che quando ti ci metti…”

La verità è che a me sono proprio le qualità a mancare. E che quando ti supplicavo di riconoscermi almeno lo sforzo – di riconoscerne la dignità – era perché, a parte lo sforzo, non c’era nient’altro: non doti singolari, non quell’innata inclinazione per gli affari e le trattative, il “sapersi rigirare la gente”, che tanto esaltavi in Vittorio. Salvo che poi Vittorio, il “portentoso Vittorio”, ne ha fatto un uso ben scarso ottenendo, all’atto pratico, meno successi di me – se si eccettua la breve, fortunata parentesi con la cooperativa.

Cotonificio Monti

G. Battistella, Cotonificio Monti, Montebelluna, 2017

 

Vedi, Teresa: tutte le volte che commentavi con sufficienza il mio stipendio, o che confrontavi gli inviti dell’ingegner Favotto al tale o al tal’altro piuttosto che a me, tutte le volte che i tuoi “Ben fatto” si spegnevano in una smorfia di sufficienza, tu non facevi altro che somministrarmi un’umiliazione. Se quello era realmente il tuo scopo, da un certo punto in poi è diventato inutile: mi avevi talmente abituato ad avere scarsa stima di me – e avevi addestrato i figli a fare lo stesso – che ogni nuovo colpo incontrava una zona ormai divenuta insensibile, in una sorta di costante intontimento. Se invece, come credo, il tuo comportamento era dettato dal desiderio di spronarmi, il risultato che ottenevi era comunque l’opposto: perché mancando a me, come ho detto, non l’impegno bensì le capacità, ne ricavavi nient’altro che una mortificazione senza frutto.

Tutto questo ha contribuito ad avvelenare la relazione: perché anche quando tu mostravi una tenerezza sincera verso di me, quando ti scoprivo accogliente e affettuosa, c’era comunque qualcosa che finiva per mancare: ed era la tua stima. La tenerezza, l’affetto, la dedizione sulla quale sapevo di poter contare hanno rappresentato la base solida del nostro matrimonio: e però mancando la stima e il tuo essere fiera in tutto e per tutto di avermi sposato, finivano per agire – tenerezza, affetto e dedizione – come un ponte solido e massiccio che fallisca nel saldarsi ai lati delle due rive che deve congiungere.

Via Gazie

G. Battistella, Via Gazie, Montebelluna, 2017

 

Ricordi quando arrivò quella lettera? Stavamo nell’altra casa, Matteo e Carla erano piccoli, e io lavoravo come un matto: rincasavo spesso tardi eppure mai – proprio per via dei progetti che avevi su di me, sulla mia carriera – ti sentivo lamentarti delle mie assenze. Stavo facendo il mio dovere ed eri ben lieta di sostenermi: i risultati sarebbero venuti, prima o poi, e anche tu – specialmente tu – ne avresti beneficiato. Non era raro che io ricevessi a casa della corrispondenza di lavoro: clienti ai quali lasciavo i miei recapiti, oltre quelli della ditta, perché non si sa mai; oppure ringraziamenti di fornitori per i quali avevo messo una buona parola. Però quella lettera era diversa: più piccola delle normali lettere aziendali, e imbustata in una busta azzurro pallido. Sembrava quasi – hai detto – l’invito a un matrimonio; e forse ti sei stupita quando io, anziché allungartela, l’ho fatta scivolare in mezzo alle altre carte.

Non ricordo con precisione che scuse ho trovato quel giorno, ma ricordo l’immenso sforzo fatto per mantenere la calma: io sono un pessimo mentitore e facilmente mi si distorce il tono di voce, mi partono dei falsetti. È durata poco: e adesso so di aver cercato quella relazione quasi esclusivamente per via delle lettere. Mi piaceva scriverle, mi piaceva riceverne. Quando è finita, ho cominciato a scriverne a te: salvo poi non fartele avere perché non avresti apprezzato, forse neppure capito, e men che meno avresti risposto.

Io non ho mai desiderato alcuna donna che non fossi tu: e non alludo, qui, a un desiderio generico, ma precisamente al desiderio del corpo. Il tuo è l’unico corpo che io abbia mai voluto toccare, stringere, con il quale io abbia desiderato fare l’amore. Non te l’ho mai detto perché ho sempre avuto il sospetto che anche questo non t’avrebbe fatto piacere. Avresti preferito sapermi capace – questo io credo – di intense passioni verso altre donne, eppure in grado di controllarmi: che gusto c’è a sapere il nostro compagno fedele ma senza alcuno sforzo? dov’è la soddisfazione di essere la preferita fra molte: e ancora e ancora e ancora?

Montecatini

G. Battistella, Montecatini, Montebelluna, 2017

 

Da un certo punto in poi è stata anche una questione di età.

Ho cominciato a sentirmi vecchio presto: verso i quarant’anni. Non c’è stato un  momento preciso: non il giorno del compleanno, che ho sempre vissuto come un giorno uguale agli altri, e neppure un particolare evento scatenante legato al corpo. Anzi: devo dire che questa consapevolezza ha riguardato assai poco il mio corpo – il suo farsi più flaccido e meno reattivo, o l’imbiancare e il diradarsi dei capelli. No, questa percezione di un tempo alle spalle sempre più lungo e di un tempo davanti sempre più breve è dipeso dalla morte degli altri: e non persone a me, a noi vicine – anche se la perdita di Anita mi ha lasciato distrutto per mesi – ma a quella di sconosciuti: personaggi dello spettacolo, delle arti, della politica… uomini e donne che erano lì quando io ero adolescente, poi giovane adulto, e che improvvisamente non erano più. Come un ecosistema che, senza che io potessi fare nulla per impedirlo, mi si disgregava sotto i piedi e tutto attorno per poi ricomporsi, riorganizzarsi, in una forma che io stentavo a riconoscere: un mondo fatto non più a mia misura e dove mi ritrovavo improvvisamente relegato ai margini, in attesa di espulsione.

A volte passo per il centro e ti rivedo al caffè Roma: è domenica, e sei lì per ordinare le paste. Chiedi un vassoio da otto e dici a Efrem di regolarsi come meglio crede. Solo le diplomatiche, quelle è meglio di no: c’è del liquore nel pan di spagna – vero, Efrem, che ci mettete un poco di liquore? – e non va bene per i bambini: perché è pacifico che poi, sapendo che non si può, sia Matteo che Carla (specialmente Carla) finiranno per volere proprio quelle. Apri la borsa, prendi il portafogli, cinque monete scivolano a terra e tu t’inginocchi a raccoglierle: svelta, prima che arrivi qualcuno – mica per malfidenza, ma perché ti annoierebbe l’aiuto. Cento cinquanta cinquecento… raccogli le monete fra pollice e indice e le fai ricadere nell’incavo della mano.

 

Via Dalmazia

G. Battistella, Via Dalmazia, Montebelluna, 2017

 

Pochi giorni prima che si laureasse, ho chiesto a Matteo di raccontarmi qualcosa della tesi: da un lato ero curioso, dall’altro sentivo il bisogno di scambiare qualche parola con mio figlio, che di lì a qualche settimana sarebbe partito – per tornare poi non si sa quando. Non abbiamo mai fatto grandi discorsi, io e Matteo: io ero spesso via da casa, lui era altrettanto spesso maldisposto nei miei confronti. Ma quel giorno nostro figlio aveva una gran voglia di scaricare i nervi: e così siamo rimasti a parlare in giardino fino quasi all’ora di cena.

Non ricordo molto di quel discorso: erano tutti argomenti piuttosto tecnici e io ero più concentrato su di lui che su quanto mi stava dicendo. Una cosa però mi è rimasta impressa: “Pensa alla vita di un edificio”, ha detto Matteo, “come se fosse una striscia lunga un metro. I primi due centimetri rappresentano il tempo che va dalla prima idea alla stesura del progetto. Dal terzo al quinto centimetro abbiamo il periodo di costruzione. Segue una lunga fase – dai cinque ai novanta centimetri – che coincide con l’esistenza dell’edificio: che si inserisce nel contesto abitativo e lo modifica e ne viene modificato. Dai novanta centimetri in poi, l’edificio ha esaurito il suo ruolo attivo, ma non ancora il suo ciclo biologico: questo si compirà quando esso sarà diventato definitivamente rovina” . Matteo ha detto che molti architetti progettano avendo in mente i primi novanta centimetri, ma dimenticano del tutto gli ultimi dieci. “Mentre” ha aggiunto, “come diceva Auguste Perret, la bella architettura fa le belle rovine.”

Ricordo con chiarezza queste parole perché più volte, nel corso degli anni, mi sono chiesto se non fosse sensato progettare anche le relazioni umane in vista della loro inevitabile fine. Non siamo forse, noi, assai più transitori degli edifici? Perché vivere come se ogni legame, ogni vincolo, ogni patto dovesse essere eterno?

 

Villa Mora

G. Battistella, Villa Mora Morassutti, Montebelluna, 2017

 

Ho smesso di chiedermelo la mattina in cui ti hanno detto che non c’era più il tumore. Quella mattina io ti ho vista, per la prima volta da sempre credo, disorientata, impaurita. Non era stato così neppure al momento della diagnosi: che avevi accolto, com’è tipico del tuo carattere, con grande forza e controllo, se non addirittura con un senso di sfida. C’era un nemico da fronteggiare – certo peggiore di tutti i nemici che avevi incontrato finora – e tu eri lì, in prima linea, dura sui piedi, salda sulle gambe, diritta con la schiena e accidenti! l’avresti spuntata. Ma quella mattina, mentre l’oncologo si congratulava e tu fissavi le lastre finalmente pulite, e poi ti portavi la mano al seno e sotto le ascelle, come se potessi sentire le cicatrici attraverso strati e strati di stoffa, in quel momento lì io ho capito: che qualcosa si era strappato, o era crollato, che la visione che tu avevi di te stessa si era irreparabilmente modificata. E non era per via dei postumi della malattia e neppure per tutta la chimica che ancora avevi in corpo. È che ti sei resa conto, improvvisamente, di essere una sopravvissuta. Tu, che avevi sempre considerato la vita come un’entità piena, ricca, vitale, vigorosa, ti trovavi a dover gestire una menomazione, e a riconoscerti stupìta, sconvolta. E non era questione di linfonodi, di ghiandole e di tessuto mammario: era una questione di vita, tutta intera, di vita che poteva andarsene, da un momento all’altro, a prescindere da ogni atto di volontà o resistenza. Tu avevi resistito: avevi sconfitto il tumore, ma per quanto tempo? e poi: era stato veramente merito tuo? oppure si era trattato di un semplice caso? e se il semplice caso poteva tanto, perché impegnarsi a tal punto? perché imporsi di volere e volere e volere se poi non si ha reale controllo su nulla?

Viale d'amore

G. Battistella, Viale d’amore, Montebelluna, 2017

 

Non ho mai inteso tradirti – anche se poi concretamente l’ho fatto. Però ci sono stati momenti in cui ho pensato di lasciarti: perché sentivo che non eri cosa buona per me, che ci sarebbe stata, forse, per me, un’occasione di felicità; ma finché mi tenevi legato – non tanto con il matrimonio, ma con il desiderio di te – questa felicità non si sarebbe mai potuta realizzare. Per salvarmi, io avrei dovuto non desiderare: dunque allontanarmi da te, perché tu eri la scaturigine del desiderio, del mio sottomettermi a tutto in nome del desiderio, della mia impossibilità di essere felice.

Nella tua malattia, io ho visto per prima cosa la fine di ogni mio progetto di fuga: non avrei mai potuto andarmene stando così le cose, non sarei mai riuscito a gestire il senso di colpa che ne sarebbe derivato. Poi, quando sei guarita, quando ti vista in tutta la debolezza che ti procurava, illogicamente, proprio la guarigione, la scelta di starti accanto mi è apparsa come qualcosa di completamente nuovo: non più compassione, non più rinuncia, non più il mio ennesimo piegarmi a te. Ma l’espressione più perfetta della grandezza del mio desiderio.

Noi siamo fragili, Teresa, e destinati a un tempo breve. E per quanto costruiamo edifici, realizziamo opere d’arte, generiamo figli, restiamo comunque fragili, deperibili. Perché gli edifici, anche loro, prima o poi soccombono al tempo; e perché le opere, anche loro, solo in pochissimi casi si salvano dalla consunzione e dalla dimenticanza; e perché i figli – e i figli dei figli – disperdono poco per volta il nostro materiale genetico, diluizione dopo diluizione, corruzione dopo corruzione, finché di noi non rimane che un’eco.

Noi, di noi stessi, non abbiamo dominio su nulla. Eppure, allo stesso tempo, abbiamo dominio sugli altri: attraverso il desiderio che abbiamo di loro. I corpi sono, e poi non sono più: ma il desiderio dei corpi può continuare a essere, ed essendo continua a far vivere, in un certo senso, anche i corpi. Che tu ci sia o non ci sia, Teresa, in me c’è il desiderio di te: che non è soggetto al tempo, perché permane intatto, inscalfibile, come un oggetto perfettamente liscio e rotondo che ha attraversato indenne gli anni, le umiliazioni, i tradimenti, la malattia, la guarigione, lo stesso sfarsi del corpo. La vedi, Teresa, la grandezza del mio desiderio? Ti ci vedi – dentro e sempre e comunque – attraverso e nonostante le cose? E non ti vedi, lì, perfettamente, eternamente viva?

 

Vecchio cimitero

G. Battistella, Vecchio cimitero, Montebelluna, 2017

 

Vecchio cimitero 2

G. Battistella, Vecchio cimitero, Montebelluna, 2017

 

Quindici spazi indecisi: luoghi dismessi che non sono più ciò che erano, ma che nondimeno sono ancora qualcosa. Vecchie ville abbandonate; edifici invasi dalla vegetazione; fabbriche senza più uomini, macchinari e merci; spazi commerciali dove non si commercia più.

Ventitre fotografie che li rappresentano.

E una lettera: che un uomo, ormai in avanti con gli anni, scrive alla sua compagna di vita. E dove il paesaggio è per il testo ambientazione oppure metafora o ancora semplice, isolato spunto.

La mostra “Lost – Montebelluna in disuso” si è tenuta a Montebelluna nel settembre 2017, nell’ambito del festival “Combinazioni”. Includeva testi della sottoscritta, scatti del fotografo Gianantonio Battistella e contestualizzazioni storiche di Lucio De Bortoli. Questo che avete appena letto è l’intero testo; queste che avete appena guardato sono parte degli scatti.

 

Clement

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