Valentina Durante – Copy & Story | Mia zia apre il rubinetto della cucina...
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mia zia apre il rubinetto della cucina…

 

“Mia zia apre il rubinetto della cucina, aspetta che l’acqua diventi calda. Riduce il getto e avvicina la boule. Sento l’acqua che gorgoglia e cade nella boule prima vuota, poi via via più piena. Guardo e penso che vorrei farlo io, che piacerebbe farlo a me, ma sono troppo piccola – lei dice – e allora va bene così. Adesso la boule è piena del tutto: l’acqua fuoriesce dall’imboccatura, zampilla come una piccola fontanella. Mia zia chiude il rubinetto, tampona l’imboccatura e i fianchi con un canovaccio. Tieni, dice. Prendo la boule e scotta, sento il calore attraverso le dita, e la puzza anche, un odore di gomma sintetica. Coprila con questo, dice mia zia, e mi allunga un asciugamano pulito. Avvolgo l’asciugamano attorno alla boule, cerco di coprirla per intero (sono concentratissima).

Entro in camera. Mia madre è sul letto matrimoniale, sdraiata sul fianco, le braccia stese in avanti, come un abbraccio in attesa di qualcuno che lo riempia. Riempio quell’abbraccio con la boule. Lei la afferra e se la preme contro il ventre. Io resto in piedi di fronte a lei, la guardo, non mi avvicino. Non ho il coraggio di toccare mia madre, neppure di farle una carezza: mi dà l’impressione di qualcosa di fragilissimo, un’immagine di cristallo che può rompersi anche solo a sfiorarla. Allora mi limito a guardare. Mia madre – quando sente il calore della boule contro il suo ventre, il tepore che dalla gomma, attraverso l’asciugamano, entra dentro il suo corpo freddo di cristallo per scaldarlo – chiude gli occhi. Guardo i suoi occhi chiusi e intanto, prego: che non li riapra, perché questo vuol dire che il calore della boule resiste, che si diffonde al corpo di mia madre, che il cristallo si riscalda e che diventerà cristallo più resistente e che potrò, forse, un giorno, toccarlo.

Però mia madre, a un certo punto (questo succede ogni volta), riapre gli occhi: la boule si sta raffreddando. Allora mi sdraio sul fianco, anch’io, accanto a lei, e premo il mio piccolo corpo contro il lato della boule rimasto scoperto: faccio aderire la pancia e il petto alla boule e tengo le braccia diritte, immobili, le gambe diritte, immobili, stese lungo il corpo. Mi impegno con tutta me stessa per non toccare il corpo di mia madre: se lo tocco, mi dico, il cristallo si romperà: è troppo fragile, troppo freddo. Devo aiutare la boule a conservare il suo calore: questo è ciò che mi si chiede, solo questo. Io amo mia madre senza toccarla. Sono molto infelice, sapendo di non poterla toccare. Allo stesso tempo, però, sono molto felice, sapendo che – grazie alla mia rinuncia di poterla toccare, grazie alla mia infelicità – lei potrà salvarsi.”

[Questo è un estratto da “Registro generale dei cadaveri non identificati”. La foto di copertina è di Maren Klemp]

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