Valentina Durante – Copy & Story | molti anni prima, nel giardino della vecchia casa…
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molti anni prima, nel giardino della vecchia casa…

 

Molti anni prima, nel giardino della vecchia casa – allora nuova – dove da poco ci eravamo trasferiti, Claudia mi aveva visto innaffiare le pianticelle della siepe. Le avevo appena piantumate e la terra attorno ai fusti era fresca e soffice e i fusti esili, facili a spezzarsi. Reggevo la gomma con la mano destra e premevo delicatamente l’estremità, per regolare il getto: troppa pressione, avrebbe fatto schizzare acqua e terra e forse divelto le piante; troppo poca, avrebbe convogliato l’acqua in un unico punto, affogandolo. Claudia mi si avvicinò: aveva press’a poco l’età di Gabriele, e Bruna l’aveva vestita con un prendisole giallo e quei sandali di plastica trasparente che si usavano in quegli anni e che poi non ho visto più. Sembrava una margherita di campo.

Mi chiese di provare: “Papà, fa’ provare me” disse. Le risposi che non avevo nulla in contrario a che lei provasse, ma che era un lavoro piuttosto difficile: le spiegai della pressione da esercitare sulla gomma e del rischio di danneggiare le pianticelle, irreparabilmente. Lei disse “Fammi provare, papà, ci sto attenta, ho capito come si fa, fammi provare”. Le allungai la gomma e lei la prese e per cominciare diresse il getto poco distante dai piedi: l’acqua sgorgò densa e curva come un serpente e formò una pozza sull’erba. Le dissi di premere leggermente all’estremità, perché il getto arrivasse là dove doveva arrivare. Provò, ma premette troppo: l’acqua fuoriuscì con un sibilo, colpì la terra fresca attorno ai fusti e la fece schizzare: la terra schizzò tutto intorno e arrivò anche alle gambe di Claudia e ai piedi, e piedi e gambe si coprirono di lapilli scuri e di piccoli frammenti d’erba.

“È troppo difficile, Cla’…” dissi, prendendole di mano la gomma, “è difficile anche per me”. Lasciò andare e io modulai il getto così da pulire gli schizzi, che avevano sporcato anche il vialetto. Volli pulire anche le gambe e i piedi di Claudia – l’acqua era buona, non di fosso ma di fontana – ma lei era già corsa via. Ha lasciato andare, mi dissi.

E invece mia figlia tornò, dopo neanche cinque minuti: tenendo in mano un bicchiere di plastica. Con l’altra mano afferrò la gomma: “Adesso lo so fare, disse, adesso ho capito”. Lasciai la gomma e lei la prese: stavolta non la diresse verso le pianticelle, ma verso il bicchiere: lo riempì, lasciò cadere la gomma sull’erba, si chinò con il bicchiere sulla pianticella che le stava davanti e con molta cautela versò tutta l’acqua. L’acqua penetrò nella terra soffice e non ci furono schizzi. Claudia tornò alla gomma, la risollevò e versò altra acqua nel bicchiere. Camminò fino alla pianticella che stava alla destra di quella già innaffiata e ripeté il gesto: anche stavolta, niente schizzi. Tornò alla gomma e mi guardò. “Così va bene?” disse. Sorrisi. “Sì” dissi io, “ma ci vorrà tantissimo tempo”. Mi teneva gli occhi fissi addosso: “Ma così va bene?” “Sì, va molto bene” dissi io. Tirò su aria col petto, facendo un respiro soddisfatto. Poi si chinò a terra, riprese in mano la gomma e riempì per la terza volta il bicchiere.

Le ci volle tutto il pomeriggio per innaffiare la siepe che cingeva la casa. Il prato alla fine era un acquitrino, ma la terra attorno ai fusti delle pianticelle era irrorata e perfetta. I lapilli sulle gambe di mia figlia erano asciutti e la pelle, chiara, sembrava lo straccio di un pittore. Sotto i sandali si era formata una zeppa di fango – un poco asciutta e un poco umida (asciutta la parte e contatto con la suola, ancora umida quella che calpestava il terreno) – e il fango si vedeva in trasparenza, attraverso la plastica azzurra e fra le dita, e tutto l’insieme – fango, azzurro e dita – dava l’idea di un acquario in miniatura. Claudia era tutta sudata. Le scostai una ciocca di capelli che le ricadeva sul viso: aveva un segno leggero, fra sopracciglio e sopracciglio, ed era quella ruga di concentrazione – la ruga di concentrazione di Cla’ – che le avrei visto così spesso, negli anni a venire. Con l’età e lo sforzo, sarebbe diventata un segno definitivo.

[Questo è un estratto da “La Tigre Assenza”]

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