Valentina Durante – Copy & Story | Narratrice - Valentina Durante
Il mio primo romanzo uscirà ad aprile, per l’editore Laurana.
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Narrazione

A gennaio 2016 ho deciso di fermarmi. Avevo iniziato a scrivere narrativa da un anno e mezzo – qualche racconto e un disastroso tentativo di romanzo – e mi era venuta la voglia di fare sul serio. Conoscevo Giulio Mozzi come scrittore. Sapevo che insegnava. Ho iniziato a seguire il suo blog Vibrisse per farmi un’idea di lui – del Giulio Mozzi insegnante di scrittura – e mi è piaciuto il suo approccio. Mi è piaciuto, specialmente, quell’atteggiamento verso il docere che lasciava supporre una vocazione, perché insegnare non vuol dire solo trasmettere competenze ma anche (soprattutto) mettersi al servizio. Mi sono iscritta alla Bottega di narrazione e ho iniziato a lavorare al mio romanzo. Dopo un mese di frequenza (erano da poco finite le vacanze di Natale), io mi sono resa conto che per fare sul serio dovevo fare sul serio.

 

E dunque mi sono fermata, dicevo.

 

Ho portato a termine i lavori a scadenza, ho mantenuto quei due tre clienti che a regime non m’impegnavano troppo e non ne ho cercati di nuovi. Ho lasciato che le mie giornate, a poco a poco, si riempissero di scrittura. Avrei dedicato allo scrivere un anno, mi sono detta, da gennaio a gennaio, cercando di ridurre al minimo le interferenze.

 

Nel corso di quel faticoso, intenso, bellissimo 2016 ho scritto tre romanzi e altrettanti racconti. Ma soprattutto ho creato una dimestichezza all’uso della scrittura narrativa: un modo assai diverso da quello che avevo praticato fino ad allora.

 

Le prime settimane sono state di una difficoltà feroce. Stavo difronte al monitor, al foglio digitale, e non sapevo che fare di quello spazio inutilmente bianco. Sapevo che avrei dovuto scrivere – mi ero ritirata dal lavoro per questo – ma la materia della scrittura non si formava. Ristavo dentro questa bolla di silenzio che, ne ero convinta, preannunciava qualcosa. Ma al tempo stesso mi dicevo: e se questa sensazione di imminenza fosse prodotta proprio da me, dal mio semplice attendere e sperare? Quando finalmente ho iniziato a sentire “una voce” – quel che in gergo si chiama narratore – mi sono accorta di una faccenda strana: questo personaggio, questo fantasma di una me stessa altra che s’inverava nel testo come funzione di esso, mi si presentava ovunque, tranne che davanti allo schermo.

 

Nel lavoro, mi siedo al PC e scrivo. Dove non arrivano le idee o la cosiddetta ispirazione, supplisce il mestiere. Con il narrare è diverso: la scrittura arriva quando non mi forzo a cercarla, quando lascio che immaginazioni erranti, fra loro slegate, si addensino a formare una massa, una presenza che ambisce a qualche forma di solidità. Questa solidità, questa sodezza, mi si presenta alla mente per affioramento e a quel punto non devo far altro che trascrivere: come se qualcuno dettasse.

 

Ho recuperato una pratica che era uscita dalla mia vita, scacciata e resa inutile dal digitale: la scrittura a mano. Ho cominciato a riempire taccuini piccoli, poi sempre più grandi. Mi sono accorta che l’atto dello scrivere, lo sforzo del braccio, la curva della schiena, l’anulare che fa il callo per l’impugnatura scorretta, mi funziona da sblocco. Dopo i primi paragrafi a mano mi sposto al PC e lì entro in una sorta di flusso in cui le dita sembrano a volte procedere da sole e che la scrittura si generi dalla scrittura stessa e non già nella mia testa. Come se l’immaginazione prima inconscia avesse accesso diretto al corpo, piuttosto che attraversare lo stato cosciente.

 

Questa è stata per me una scoperta: un po’ come accorgersi di avere un braccio, del quale mai si aveva avuto contezza, e cominciare a usarlo. È una sensazione molto fisica e io questa fisicità dovevo in qualche modo disciplinarla, darle una routine per evitare che sfuggisse al mio controllo o di finire io per perderla. Spesso si crede di non riuscire a scrivere per un difetto di ispirazione: mancano le idee, una materia sufficiente a riempire tutte le pagine che vanno riempite per potersi chiamare libro. Altrettanto spesso si crede che il problema risieda nella tecnica: di idee, di cose da dire, ne ho a bizzeffe; a farmi difetto sono gli strumenti di traduzione: dalla mente al testo. Mi sono invece accorta che l’ostacolo maggiore alla scrittura è dato dalla mancanza di abitudine: si vagheggia lo scrivere, ma non ci si dà il tempo, il modo, il luogo per questo scrivere. È come passare dall’innamoramento con una buona dose di idealità, all’amore come relazione. Una relazione è fatta di orari, di accordi e compromessi: la spesa, l’accudimento dei figli, spartirsi l’uso dell’auto, incastrare i tempi del lavoro e dello svago, pulire casa, cucinare, mangiare assieme, incontrarsi per fare l’amore. Senza la quotidianità l’innamoramento avvizzisce. A un certo punto ti rendi conto che c’è il desiderio di quell’amore, ma non più l’amore. Che questo si è rattrappito nel vagheggiamento e nell’assenza. Io avevo bisogno di creare una quotidianità per la mia scrittura. Di frequentarla, per non trovarmi al punto di dire: volevo scrivere, ma non ho scritto.

 

Un anno, dicevo. Al termine del quale ho continuato: con altri romanzi e racconti. Quando ho avuto la certezza che il narrare era entrato stabilmente nella mia vita, ho anche capito che dovevo creare dei punti di contatto fra di esso e il mio lavoro. Non potevo mantenere le due cose separate – scrittura professionale e scrittura narrativa – perché sempre più le vedevo chiamarsi, attrarsi l’un l’altra, cercarsi la mano. Il risultato di questa volontà (inevitabilità?), lo hai potuto vedere nel mio approccio al copywriting, alla pianificazione strategica ma soprattutto allo storytelling, del quale ho scelto infatti di dubitare. Scrivendo narrativa sul serio, mi sono resa conto che quel che facevo prima e che nominavo “storytelling” non era storytelling per nulla. E che il mondo degli storyteller (o sedicenti tali) è composto da professionisti certo anche validi ma che – pur parlando di narrazioni, pur scrivendone in saggi, articoli, pamphlet, white paper, powerpoint, manuali, pur reificando le loro teorie in company profile, monografie, storie di vita imprenditoriali – non hanno mai, o solo in rari casi, prodotto e pubblicato un romanzo. Credimi: scrivere un testo lungo non è fare narrazione. Mettere in bella copia le memorie di un imprenditore non è fare narrazione. E non si fa narrazione applicando tre, quattro precetti vogleriani alle intenzioni di marketing dell’azienda. Narrare significa diventare altro da sé. Vuol dire assumere su se stessi la fatica di uno straniamento che dura mesi, anni, per agire sulla pagina, attraverso la lingua, nelle sembianze di un fantasma che – inventato – ci chiede di essere lui. Per il tempo in cui la storia deve farsi e la narrazione ci reclama per sé, noi dobbiamo essere lui. È tutto fuorché scrittura di servizio.

 

Narrare mi ha dato accesso a punti di vista che prima non avrei mai preso in considerazione. Ho creato connessioni fra la scrittura e le strategie di branding, fra l’immaginazione che sfocia nella costruzione di storie e quella che s’informa in un oggetto, ho tracciato sentieri, ponti, linee di contatto fra letteratura, arte, fotografia, marketing, design sotto un cappello comune: quello del progetto. Sto ragionando, ora, sulle potenzialità della biografia, dell’autobiografia e dell’autofiction: non come semplice, usuale e (diciàmocelo) stantìa presentazione della storia aziendale, ma come strumento per indagarne l’identità e i valori, come ricognizione del passato per agire strategicamente in direzione di un futuro possibile e sostenibile.

 

Il mio primo romanzo uscirà ad aprile, per l’editore Laurana.

 

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Puoi leggere anche:

 

Cosa faccio – In breve

 

Cose scritte – Narrazioni

 

1 – La scrittura come progetto / Tempo e luce

 

2 – La scrittura come progetto / Forma e contenuto

 

3 – La scrittura come progetto / Ispirazione e tecnica

 

4 – La scrittura come progetto / Realtà e finzione

 

 

La frase nella home è un calco da Emilio Salgari: “Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”.