Valentina Durante – Copy & Story | Per una volta, una storia completamente vera
Una nota su scrittura e vita: la relazione fra storie accadute e storie di finzione.
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Per una volta, una storia completamente vera

 

All’ottavo mese di gravidanza la ginecologa mi ha allungato un foglio e ha detto: “Mi spiace, signora: lei è positiva”. Avevo fatto lo screening per la ricerca dello streptococco e – come diverse altre gestanti – ero risultata infetta. “E adesso?” ho chiesto. “Nessun allarmismo: non siamo mica nell’Ottocento. Somministriamo un antibiotico in vena durante il travaglio e il rischio si azzera”. “Azzera del tutto?” “Resta una quota minima, come sempre. Ma trascurabile, mi creda”. “E adesso?” ho chiesto di nuovo, intendendo: e ora, in questo preciso momento, nella consapevolezza del corpo infetto, come mi devo regolare? “E adesso stia tranquilla: perché il contagio, se avviene, avviene solo quando il bambino scende lungo il canale del parto”.

Il canale del parto, sì. Questa espressione che ci riconnette alla terra, come se l’atto del nascere fosse un sommovimento del paesaggio. E io – quanto è vero che le parole il reale non lo descrivono ma lo creano – ci fantasticavo. M’immaginavo questo mio figlio come un Mosè infante, scivolare lungo le acque del Nilo: io sarei stata la prima mano ad accogliere, il primo petto a farsi scudo e guanciale. E sarei stata il Nilo stesso: acqua e pietra e limo e giunchiglia e mio figlio avrebbe iniziato la sua vita attraversandomi, attraversando me, la mia vagina dilatata, la madre materna.

A parte tutto, ero così sfinita dalla gravidanza che volevo solo sgravarmi. A un mese dal termine pesavo cinquantun chili, di cui otto di bambino, sacco amniotico e placenta. Ero nient’altro che pancia, tette e ossa, perché la nausea aveva continuato a martellare oltre il primo trimestre. Il mio corpo mi aveva ostacolata con tutte le sue forze ma adesso questi dannati ormoni avevano i giorni contati. Guardavo al parto come a un cancello che mi separava dal momento dorato dell’essere madre, il momento in cui la me stessa materna avrebbe prevalso nella sua perfezione necessitata per natura.

Solo di tanto in tanto facevo un pensiero molesto. Pensavo che mio figlio – quale che fosse il modo – io lo avrei ucciso. Se lo avessi tenuto in grembo, custodito dentro di me, impossibilitato a nascere, lui sarebbe morto. Ma sarebbe morto anche uscendo da me, infettato dal batterio che aveva colonizzato il luogo deputato alla vita.

Ma via, non siamo mica nell’Ottocento, aveva detto la ginecologa.

Appena nato, non sapevo come tenerlo. Non avevo esperienza di bambini, non avevo mai avuto fratellini, nipotini, cuginetti, figli di amiche da tenere in braccio. Gli unici neonati che avevo in mente erano quelli delle foto di Anne Geddes: putti paffuti, rosei, adagiati sulle corolle di fiori. Bambini setosi e patinati. Bambini irreali. Ma questo figlio mio reale era un corpicino grinzoso e accartocciato, con un cranio così lungo – colpa del mio bacino stretto (altro che Nilo) e della rapidità del parto – che avevano tralasciato di misurarlo. Un bambino incomprensibile alla cui saggezza mi affidavo: speravo che sapesse lui cosa fare, dove toccarmi, come succhiare. Speravo che il mio corpo – non io, la mia conoscenza e la mia volontà cosciente – facesse altrettanto: che germogliasse, finalmente, una dignitosa intelligenza di madre.

Mio figlio si è attaccato al seno. Succhiava e gemeva. Non capivo cosa succhiasse, visto che dal seno non usciva un bel niente, però continuava. E gemeva. Nessun bambino di nessun’altra madre in reparto aveva quel gemito. Gli scaturiva da tutto il corpo, avevo quasi l’impressione che quel corpo piccolo e contratto esistesse solo per contenere quel gemito.

Ho chiamato l’ostetrica. “Questo bambino ha qualcosa che non va”, ho detto.

Lei ha minimizzato. Ha detto che il parto era stato molto veloce (“La vede quella testa lunga? Lo ha sparato fuori come un missile, signora”) e che mio figlio aveva subito un trauma e che ora si stava tranquillizzando da sé. Gemeva per darsi conforto, come se si ninnasse.

Io ho insistito. Ho detto che non avevo esperienza di bambini, neonati men che meno, che non avevo fratellini, nipotini, cuginetti eccetera, ma che questo bambino, mi credessero, aveva qualcosa di sbagliato, di storto.

Gli hanno fatto le analisi: era pieno di polmonite.

La Patologia neonatale non è una TIN: le madri sanno che i figli non sono in pericolo di vita e che – questione di giorni o settimane – ne usciranno. Sono nati a termine, formati, hanno tutto ciò che occorre alla vita. Tuttavia, la Patologia neonatale non è ciò che una madre fantastica per sé e suo figlio durante i mesi di gravidanza. Fantastica invece di sonni fatti pelle e pelle, di parenti stretti attorno al letto, di tutine di ciniglia morbida scelte, lavate e stirate con largo anticipo e soprattutto fantastica della certezza di aver fatto una cosa potente e meravigliosa. Di essere misteriosamente e inequivocabilmente perfetta, per una volta. Questa fantasia non s’incastra con l’immagine di tuo figlio attaccato a una flebo, nella distanza di vestiti non suoi, non vostri, e della malattia. Nella distanza del non poterlo toccare, se non attraverso gli strati della protezione: le mani lavate per trenta secondi e ripassate con il gel antibatterico. Il camice sterile, la cuffia sterile, i copriscarpe azzurri e sterili. La mascherina, nel dubbio di un’infreddatura. Alla Patologia neonatale si accede, per misericordia, tramite un ingresso separato, che risparmia se non altro dalla maternità serena e carnale delle altre puerpere. La tua è una maternità asettica, fatta per lo più di parole. Presentarsi al citofono e dire: “Sono la mamma di…”. Non si è donne, né mogli, né amanti, né professioniste affermate o disoccupate (la seconda, per me, che in quei tempi vedevo scivolare via i lavori), si è solo madri. E madri, in quello spazio, in quella contingenza, con il principale compito di nutrire.

La montata lattea non mi era arrivata. Mi guardavo questi seni inutilmente grossi e gonfi e mi sembravano uno scherzo, un insulto di natura: concepiti realmente per quell’unico scopo e non lo soddisfacevano. Niente latte, niente bambino attaccato al seno: è la regola. Nessuna spietatezza: in Patologia neonatale i bambini devono mangiare a sufficienza per poter fare la pipì e la cacca e smaltire le dosi di antibiotico. Non hanno energie e non possono sfinirsi masticando fra le gengive un capezzolo che non sprizza.

Quattro volte al giorno, da sola o con mio marito, mi presentavo al citofono: “Sono la mamma di…”. Mi facevano entrare, e io mi sentivo la madre difettosa, menomata. Entravo però con la mia bottiglina di latte: quaranta, sessanta millilitri che riuscivo a cavar fuori dai seni con il tiralatte. “Deve stimolare la produzione” mi aveva spiegato l’ostetrica. E allora avevamo noleggiato un tiralatte elettrico a due coppe e due euro di tariffa al giorno, una Ferrari dei tiralatte. Mi tiravo il latte furiosamente, ma non riuscivo mai a oltrepassare quei trenta, quaranta stitici emmeelle. “Va bene tutto” diceva l’ostetrica, “lì ci sono gli anticorpi di mamma”. Quando una mattina mi sono presentata con sessanta favolosi millilitri, in Patologia s’è quasi fatta la ola. Ma non potevo attaccare mio figlio al seno comunque.

“Recupererà una volta tornati a casa. Cercate di dormire assieme, dormite nudi, il corpo deve sentire la pelle e l’odore”. Ma un’ostetrica mi ha detto anche: “Guardi che crescono bene anche con quello in polvere. E io ho paura che lei mi stia facendo un esaurimento”.

Ero esaurita, sì, e con una depressione coi fiocchi. E però il giorno che lo abbiamo portato a casa – un giorno di inizio dicembre, lindo e freddissimo – io mi sono vista riflessa sulla vetrata dell’ospedale che stavamo lasciando e mi sono detta: “Dio santo, che razza di madre sei, che prima quasi lo ammazzi e adesso non riesci a sfamarlo”.

Per i successivi tre mesi ho vissuto non per mio figlio, ma per riuscire a nutrirlo. Ero diventata una macchina per la nutrizione umana. Dieci minuti per tetta, così da stimolarle entrambe. Prima e dopo ogni poppata, la pesa (avevamo noleggiato una bilancia professionale: altro euro e qualcosa al giorno). La salute, il corpo, il cibo, la crescita, il piscio, la cacca, tutto era contabilizzato in grammi e religiosamente appuntato. Tara peso lordo e peso netto. Peso del bambino, peso della carne, peso del latte (peso dell’anima?). A quel che mancava si suppliva con l’aggiunta: Mellin in polvere, tot misurini ogni tot millilitri di acqua, bollire, stemperare, freddare, sterilizzare. Latte di mamma più latte industriale fanno carne di bambino, ciccia, crescita addosso al bambino ancora scheletrito. Il bambino quasi ammazzato da mamma. Dopo la poppa, il cibo deve stare, sostare, ristare. Mio figlio soffriva, come tanti neonati, di reflusso: dunque pancino alla spalla per far ruttare l’aria e ninna nanna ninna nanna oh. Mezz’ora almeno dopo ogni poppata, ninna nanna ninna nanna oh, anche alle due di notte, ninna nanna ninna nanna oh. Io ho una brutta voce, ma il bimbo si addormentava e il latte sostava, si faceva premessa e promessa di carne e crescita e percentili e salvezza. Ninna nanna ninna nanna oh. Finita la ninna, con lui che finalmente dormiva in culla, la mungitura: il tiralatte a doppia coppa per “stimolare la produzione”. Chissà, fantasticavo, chissà: un giorno, magari, potrà essere tutto latte di mamma. Potrò essere mamma intera, mamma funzionante e non più corpo omicida. Un giorno, chissà: l’espiazione, la riabilitazione. Ero depressa in modo formidabile.

Sei volte al giorno – tanti erano i pasti – per tre mesi: non ricordo nient’altro a parte il tentar di sfamare. Il documentarmi ossessivo: i forum, la Leche League, le foglie di cavolo dentro il reggiseno, le tisane di finocchio, le pasticche del dottor Giorgini pagate a peso d’oro. Ma il primo giorno, il giorno in cui lo abbiamo portato a casa, io ho fatto un altro pensiero terribile.

Ero da sola, mio marito era volato in sanitaria a far scorta di tutto (incredibile come la vita mondana di una coppia si riduca, le prime settimane dopo la nascita, al triangolo casa-pediatra-sanitaria), ero sola e dovevo allattare. Ho fatto come mi era stato spiegato: pesa, tetta destra, tetta sinistra, pesa, latte in polvere. Alla fine avevo questo bambino ripieno di cibo sulla spalla e pensavo ce l’ho fatta, ce la posso fare. Lontana dalla protezione dell’ospedale, anch’io, madre inadatta, posso farcela. Poi mio figlio ha fatto un rutto e dal rutto la fontana. Ha rigurgitato tutto sul pavimento: latte di mamma, latte industriale, promessa di carne e crescita e percentili, tutto. Ero nel panico. Non sapevo se attaccarlo di nuovo alla tetta o se preparare altro latte. Non sapevo se pesare il rigurgito e fare la conta: peso lordo tara peso netto, peso di bambino che vomita, vomitante, vomitato. Ho iniziato a pulire mentre lui strillava sulla ciambella del cuscinone per l’allattamento. Lì ho chiuso gli occhi e ho fatto quel pensiero. No, non ho pensato di uccidere mio figlio. Non ho immaginato di affogarlo nell’acqua del bagno o di soffocarlo con il cuscinone. Non ho pensato a quanto poco sarebbe bastato, con lui tanto inerme e piccolo. Solo, ho desiderato che non esistesse. Ho desiderato, per un attimo, di aprire gli occhi e che lui non fosse lì. Che lui altro non fosse che una deformazione del caso o lo sgarbo di un dio annoiato e incomprensibile o per una volta in errore. E che questo incidente, questo sgarbo, venisse per pietà ricomposto. Per pietà, ho pensato, fa’ che non esista, che non sia mai esistito: perché io non sono in grado. Subito ho ricacciato il pensiero e mai, mai più ne ho formulato uno simile. Ma anche oggi so di essere la persona che quel pensiero lo ha avuto. Miserere mei.

 

Quando, tre anni e mezzo fa, ho scritto il progetto da presentare alla Bottega di Narrazione – che poi è il progetto del romanzo che uscirà in primavera – non avevo in mente questa storia. Men che meno volevo raccontarla. Ero convinta di aver avuto un’idea carina leggendo le Metamorfosi di Ovidio e volevo svilupparla: la scaturigine della materia da un testo letterario mi dava distanza e tranquillità. Mi vedevo demiurgo di un mondo inventato a partire da una finzione, che avrei controllato senza grossa fatica. Scrivendo, le cose sono andate in maniera diversa, ma per tutta la prima stesura non ho mai avuto la percezione, e men che meno la volontà, di raccontare (anche) la storia della nascita di mio figlio. Ne ho avuto contezza durante la seconda stesura e massimamente nelle riscritture fatte per l’editing, e ho ringraziato la mia mente per avermi fatto questo: per avermi distolta da una storia che, se avessi tentato di scriverla tal quale, mi avrebbe divorata divorando sé stessa. Non sarei riuscita ad andare oltre il particolare della vita vissuta e avrei finito per rendicontare una depressione post partum: niente più che questo.

In un bel testo intitolato “Che cos’è la poesia”? Milo de Angelis scrive: “Non scrivi ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo. Non si scrive ciò che si ricorda ma si comincia a camminare nella memoria attraverso i sentieri della parola, che ci conducono in luoghi inattesi e insperati. La poesia è una forma di conoscenza legata allo svelamento”. Io scrivo narrativa, ma la percezione che avverto nel farlo è molto simile. Scrivere una storia diversa, una storia di finzione, mi ha disvelato, con il tempo, e con il coraggio di riconoscerlo, la storia sorgente: che non è, ripeto, una storia porgibile tal quale ad altri, una narrazione che può farsi dono, perché rende conto esclusivamente alla mia dimensione intima e in me conclusa. E allora perché depositarla qui? Per non perderla. Perché quando il romanzo uscirà, quella storia, la storia inventata, finirà per sovrapporsi e corrompere questa storia, la storia accaduta. E io vorrei invece conservarla intatta: per me, per quando la memoria mi farà difetto. E per mio figlio se, quando sarà più grande, vorrà.

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