Valentina Durante – Copy & Story | Stanotte
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Processo allo scrivere

 

Stanotte non riuscivo a dormire. Sono scesa in cucina (erano circa le due), ho scostato una sedia dal tavolo, mi sono seduta e ho fatto quello che faccio ogni giorno, da circa un anno: ho pensato a come poter dire qualcosa attraverso un testo. Per pensare, io ho bisogno di guardare: un oggetto, di solito. Lo fisso intensamente, per tutto il tempo che occorre. Nel fissarlo, non lo attraverso con lo sguardo per inseguire con gli occhi il mio pensiero, ma lo esploro minuziosamente: il contorno che ne definisce la forma, il materiale che gli dà corpo, i dettagli che lo rendono diverso da qualunque altro oggetto potenzialmente uguale. L’oggetto che stanotte ho fissato, attorno alle due, era una scodella, azzurra, lasciata sopra il tavolo. Questa scodella ha una sbeccatura sul bordo, abbastanza evidente: se non si sta attenti, bevendo, ci si può ferire il labbro. Mentre pensavo al mio pensiero, ho pensato anche a un’altra cosa: che un anno e mezzo fa, due anni fa, io quella scodella l’avrei gettata subito, affrettandomi a comperarne una nuova. Invece è lì, da mesi, senza che io mi decida a far nulla: perché in questi mesi, che sono ormai più di dodici, io mi sono occupata d’altro: della cosa per me più importante. Ho distolto lo sguardo dalla scodella azzurra per abbracciare, a poco a poco, tutta la cucina: avevo accesa una sola delle due lampade, perché la seconda ha una lampadina fulminata. Ho guardato il frigorifero, pensando che sono due anni che non lo sbrino e non lo pulisco per bene e che questa era una cosa che, di solito, facevo ogni anno, d’estate. Ho guardato il cassetto senza pomello. I bicchieri sopra l’acquaio (avevo sete: ho aperto lo sportello della credenza): due tre quattro cinque, troppo pochi, perché di bicchieri se ne rompono in continuazione e bisogna comperarne di nuovi: ma io in questi mesi non ci ho pensato. Verso le tre e mezza, mi si è formata in testa questa immaginazione: sono davanti a un tribunale e mi si chiede di rendere conto: cosa hai fatto, tu, in quest’anno? E io sto per rispondere: le parole, ho fatto le parole. Ne ho pensate tante e scritte altrettante, e le parole sono state il mio esserci e – attraverso le parole – io ci sono stata sempre. Ma poi non rispondo così: perché alle parole si può credere e non credere, le parole sono un sentiero tracciato sulla neve, che funziona quando viene calcato, alla stessa maniera, da chi dice e da chi ascolta e basta una sfiducia, un dubbio, un deviare anche di pochi centimetri dal tracciato, a creare un percorso completamente diverso, a trasformare in incomprensione una comunicazione. E allora rispondo: ho fatto che non ho gettato questa scodella azzurra. Che non ne ho comperata una di nuova. Che non ho cambiato la lampadina. Che non ho sbrinato il frigo. Che non ho sostituito il cassetto senza pomello. Che non ho comperato altri bicchieri. Ho fatto che ci sono stata sempre e, nell’esserci, non ci sono stata per altre cose. Alle quattro e mezza mi sono alzata, ho messo la scodella azzurra nell’acquaio assieme al bicchiere col quale avevo bevuto e sono tornata di sopra. Avevo finalmente deciso quale testo scrivere. Ma era veramente così? Perché io avrei voluto parlare della scodella, della lampadina, del frigo, del pomello, dei bicchieri, delle cose. Ma mi è parso troppo difficile e troppo sciocco.

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