Valentina Durante – Copy & Story | Quella volta che non abbiamo visto le rane di notte
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Quella volta che non abbiamo visto le rane di notte

 

Era venuta dalla città.

Aveva i capelli biondi, tagliati tutti alla rovescia: corti sulla nuca, che il collo restava scoperto come noi maschi, più lunghi sul davanti, e le finivano addosso alle guance e si appiccicavano alle labbra, così che li doveva scostare con l’indice con un gesto che mi pareva, in un certo senso, bello da guardare. Vestiva tutta firmata: Best Company, Americanino, El Charro, Burlington… poi le Timberland che noi – si diceva scherzando, però a denti stretti – avremmo ucciso per avercele. Ma non che se ne vantasse, o lo facesse pesare. Un po’ come quelli che nascono alti di statura o coi capelli ricci: lei era nata con quei vestiti lì, era una cosa naturale, non aveva senso esibire o inorgoglirsene. Si chiamava Anna ed era ospite di sua cugina. La cugina era La Sgionfa, e un poco faceva parte del nostro gruppo e un poco no: era lenta a correre, e aveva quel carattere tignoso che finivi per chiamarla solo quando ce n’era davvero bisogno, per pareggiare due squadre a calcio o mettere qualcuno a tana, nel nascondino. Però, a sapere che La Sgionfa aveva una cugina del genere, ci si era parecchio ricreduti: lei restava noiosa come una zecca, dura e cattiva, ma la si poteva ben sopportare, dato che si portava dietro quell’altra: che piaceva un poco a tutti, forse per i vestiti, forse perché era abbastanza bella, o forse perché veniva da fuori, e sulle novità, tenuto conto che ne arrivavano poche, valeva anche la pena di perderci la testa.

Si facevano vedere solo la sera. Non so cosa combinassero di giorno: avrei chiesto, ma la domanda mi restava appiccicata alla lingua, perché sapevo che non erano fatti miei e non volevo far vedere che m’importava. Magari studiavano: almeno di pomeriggio – tenuto conto che qui, d’estate, c’è un’afa che ti pigia sul petto che neanche puoi respirare – dovevano studiare o leggere per forza. Studiavo anch’io, a dire il vero. Studiare mi piaceva: mica come gli altri, che sui compiti ci penavano sopra. Se poi non ho continuato, quello è un altro discorso: alla fine nelle famiglie va come deve andare, e c’era bisogno che si lavorasse tutti e tre, noi fratelli. Mi piaceva anche leggere, ma perché ero pigro.

Però da quando era arrivata lei, finiva che ammazzavo il tempo tutto il giorno, col pensiero che arrivasse la sera. Ci si trovava in piazzetta, davanti al municipio: loro due arrivavano e ci si salutava con due baci per guancia, perché avevamo fatto intendere che da noi si usava così, come i francesi, anche se poi non era vero e La Sgionfa lo sapeva: ma si vede che la cosa faceva comodo pure a lei – quando mai le sarebbe ricapitato – e allora stirava la bocca in un sorriso tutto contento che non la si poteva guardare e ti si attaccava addosso come se stesse per affogare lì, sul lastricato. Anna invece si accostava appena, e io mi chiedevo se era l’imbarazzo – perché io, imbarazzato, un poco lo ero – oppure se qualcosa la infastidiva, addirittura mi veniva il dubbio di puzzare, in bocca o sotto le ascelle, e prima che arrivassero mi annusavo come un cane o facendo la conchetta con le mani. Già da questo gli altri dovevano aver capito, ché se pure era vero che lei piaceva a tutti, era un “piacere” tanto per dire, come quando esce un film nuovo e sai che se ne deve parlare per forza. Io invece sentivo la milza che mi si strizzava quando la vedevo arrivare, e tiravo indentro il fiato e buttavo in fuori il petto, sperando non si accorgesse che ero un po’ ingobbito sulle spalle, vuoi per la pigrizia che dicevo, vuoi perché mi ero allungato in fretta e il corpo se n’era andato per conto suo. Ma si capiva anche da come cercavo di sviare il discorso, quando dagli altri veniva la solita proposta di tirare sputi nel Rujo: ci si sporgeva sul muretto di sassi, si rovesciava indietro la testa, e poi si sputava più lontano che si riusciva. L’avevo fatto pure io, un mucchio di volte – non è che volevo darmi le arie di chi vede la scemenza ovunque – però adesso che c’era lei m’infastidiva, pensavo che in città, lei, quelle cose non le aveva viste fare, e che noi si faceva la figura di quelli che son cresciuti poco di testa, oppure cresciuti male. Era come essersi allungati e ingobbiti per niente, in un certo senso. Ma soprattutto mi prendeva un groppo in gola al pensiero che a qualcuno venisse in mente di fare l’acchiappa-pisello: tra noi maschi era uno scherzaccio come un’altro – cercare di agguantarsi quel che si riusciva in mezzo alle braghe – e forse anche una prova di virilità o uno scongiuro, perché a farci qualche problema sulle dimensioni avevamo cominciato un po’ tutti. Lo si faceva per ridere, e nessuno mai che ci restasse offeso: alle femmine faceva schifo, in apparenza, ma a ben vedere anche quella era una specie di commedia: noi dovevamo mostrare che non ci si vergognava, loro tutto il contrario, perché così erano sempre andate le cose. Ma davanti a lei sarebbe stato peggio che farsi impiccare: allora quando vedevo qualcuno che partiva con la mano, puntando alle braghe di qualcun altro, gridavo come un matto e a volte ci scappavano pure due spintoni. Facevo la parte del litigioso, o di quello che scatta per delle cose che sa solo lui, ma preferivo così: e poi gli altri sapevano che non dovevano provarci, a menare le mani con me, che non ero tanto grosso, ma avevo le braccia lunghe e tutte nervi e se c’era da pestare non mi tiravo certo indietro. Se si giocava all’uomo nero, invece, era bello, perché lei sgusciava di qua e di là come un girino e non c’era verso di prenderla: mi piaceva starla a guardare, così mi facevo buttare fuori apposta, anche quando l’uomo nero toccava alla Sgionfa e si sarebbe potuti andare avanti all’infinito, tanto era lenta e pesante. Mi pareva che Anna si divertisse in quei momenti, forse perché in città certi giochi non si potevano fare, per via delle auto o degli spazi che mancavano o delle abitudini che erano diverse – le solite cose che uno s’immagina, quando pensa a posti così.

Una sera gliela dissi, questa cosa del girino. Stavamo sul ponte, e lei guardava in basso, o forse i vasi coi gerani attaccati al parapetto, che col buio prendevano un colore violaceo, di uva pestata. Un po’ rise e un po’ no, perché non aveva capito se era un complimento. Non lo sapevo neanche io: non so perché mi fosse venuta in mente quella storia, con tutte le cose che si potevano dire. Cercai di accomodare il discorso, in qualche modo.

«Quando piove si formano le pozze» dissi. «I girini stanno lì dentro.»

«Si possono vedere?»

«Di notte no, solo le rane. Ma per quelle è ancora presto.»

«E le pozze dove sono?»

«Qua e là.»

Non glielo volevo dire, che le pozze si formavano specialmente nel cantiere. Non che avessi idea di portarcela – di notte non me la sarei sentita neppure io – però avevo paura le venisse l’estro di andarci di giorno, con La Sgionfa. E nelle stanze ancora da finire, con le pareti nude e crude e i cavi a vista, gli operai lasciavano in giro bottiglie vuote di birra, specie le Peroni, e un mucchio di giornaletti porno. Noi ci andavamo soprattutto per quello, a essere onesti, e già mi pareva di sentirla, La Sgionfa, Che porci maiali e altre cose del genere. A farla breve, non ci avrei fatto una bella figura, perché dentro quei porci maiali ci sarei finito pure io: mi sarei preso tutto l’insulto sul coppino e sarebbe rimasto appiccicato lì, come un’etichetta sulla maglia rivoltata all’infuori.

Lei teneva le mani appoggiate sul muretto. Mi accorsi che aveva, al polso sinistro, un braccialetto di corda intrecciata: rosa e verde fluorescente, di un genere che non avevo mai visto.

«Bello» dissi, accostando l’indice, ma senza osare toccarlo.

«L’ho fatto io» disse lei. Sembrò contenta che lo avessi notato.

«Caspita!»

Non che volessi esagerare o lisciarmela, m’era uscito spontaneo.

«È uno scubidù» disse lei.

Se lo slacciò e me lo allungò. Lo presi in mano e lo appoggiai sul palmo, pianissimo, quasi avessi paura di sbriciolarlo coi polpastrelli.

«Mica si rovina» rise lei. E se lo ripigliò.

«Come hai fatto?»

Lei mise su un’espressione tutta seria: questa fu la parte migliore, perché quella concentrazione era, in un certo senso, rivolta a me, come se in quel momento la cosa più importante per lei fosse di spiegarmi come si faceva quel braccialetto. O forse era una fantasia mia, però andava bene lo stesso.

«Occorrono due spaghi: uno più corto e uno più lungo. Se sono di colore diverso lo scubidù viene meglio.»

«Rosso e nero» dissi, «come il Milan.»

Poi pensai che lei, magari, teneva per un’altra squadra. E mi venne da mordermi la lingua.

Invece non sembrò farci caso.

«Li unisci e li pieghi a metà. Poi afferri col pollice e l’indice il centro, così» e fece un gesto come quando si piglia un gatto piccolo per la collottola.

Io la imitai. Ma la verità è che avrei voluto prenderle la mano, sospesa nell’aria scura: non avevo in testa che quello, altro che gatto e scubidù.

«Una volta che hai trovato il centro, devi formare una croce con i due fili. Poi…»

E prese a fare dei movimenti con tutte e due le mani, agitandole, e io per la verità non capivo nulla e neppure lei si capiva.

«È difficile spiegare così» disse. «Dovrei mostrartelo.»

«Porto due spaghi domani.» Subito mi venne il dubbio di aver detto troppo. «Se vuoi» aggiunsi.

Lei fece un piccolo movimento in su e in giù con la testa: mi sembrò dispiaciuta, per quella spiegazione che non le era riuscita bene. Allora osai: allungai l’indice sul braccialetto che lei s’era rimessa al polso e lo toccai: gli spaghi erano ruvidi, come corde da barca.

«Si vede proprio che è complicato» dissi.

Lei lo slacciò di nuovo e portò un’estremità alla bocca: lo afferrò tra i due incisivi, scoprendo le gengive e tutti i denti. Era una smorfia strana e non ce l’avrei mai vista addosso a lei. Quel che intendo, è che si combinava poco con quei suoi capelli tagliati alla rovescia o i suoi vestiti firmati o la città o il fatto che era bella. Era una smorfia brutta, quasi da asino.

In quel momento decisi che l’avrei baciata.

Non quella sera, naturalmente: c’era da ragionarci sopra, prima: come fare, cosa dire, e se lei voleva la stessa cosa, almeno un po’… tutte quelle domande presero ad aggrovigliarmisi in testa, strette e fitte, che non riuscivo a pensare ad altro. In più c’era il fatto che sarebbe partita – non sapevo quando, ma certo prima che finisse l’estate – e non avevo tanto tempo. Bisognava ragionarci, in altre parole, ma bisognava anche decidersi. Intanto, però, in quei pomeriggi lunghissimi, a guardare il colore dell’aria sperando che scurisse in fretta, io mi facevo succedere davanti agli occhi tutto quello che volevo. Facevo la conta dei posti dove poteva capitare, e pesavo quel che andava bene e quel che andava meno bene – che non ci fosse troppa gente che passava, per cominciare, ma neppure che fosse troppo appartato, perché mi pareva non ci avrei fatto una bella figura o che lei si sarebbe spaventata. E poi come doveva andare, per filo e per segno: una cosa come quella, mi dicevo, non è che la puoi chiedere come si chiede un bicchier d’acqua, con per favore e tutto il resto. Deve venire da sé, altrimenti è come sciuparla. A un certo punto – così m’immaginavo – succede che lo si capisce: era quella l’unica maniera. Tanto più che io non avrei mai chiesto – neanche morto avrei trovato il coraggio – e neppure avrei voluto che chiedesse lei, ché queste sono cose da maschi, prendere l’iniziativa e tutto il resto, e se si fosse fatta avanti lei io ci avrei fatto la figura dello scemo e lei… non so, m’avrebbe dato fastidio. Doveva essere, mi dicevo, qualcosa che partiva dagli occhi o magari da un gesto: lei che si scostava una ciocca dalle labbra, o qualcosa del genere. Poi mi domandavo dove andassero le mani, le mie e le sue: se dovevo appoggiargliele sul collo, oppure sui fianchi – stando però attento che non scivolassero giù, perché poi sarebbe sembrato altro, e non volevo che lei fraintendesse così. E poi c’era il problema della statura: lei era parecchio più piccola di me – che andava benissimo, ero io che m’ero allungato troppo e tutto di corsa – e io, chinandomi, mi sarei dovuto ingobbire tutto, ancora più del solito: e mi figuravo la scena vista da fuori – io tutto curvo come un uncino davanti a lei – e mi dava un’impressione di cosa brutta, di una cosa che avrei voluto non vedere: allora mi srotolavo in mente tutti i posti dove poteva esserci un gradino o un piccolo rialzo e come farcela mettere, sempre senza forzare le cose, ci tenevo che tutto capitasse come per caso. Ma la vera questione era il bacio in sé, perché io davvero non sapevo come dovesse essere, una volta che si era bocca contro bocca: mi chiedevo se, arrivati a quel punto, il corpo andasse avanti per conto suo, come qualcosa che si è sempre saputo ma che salta fuori nel momento in cui ce n’è bisogno – non è che in testa ci può stare qualunque cosa, sempre. Forse, mi dicevo, è come imparare a camminare: fai un passo, ne fai un altro e poi parti, hai capito tutto, non c’è più bisogno di niente. E se invece fosse stato come andare in bicicletta? Anche lì, una volta che hai capito parti e vai, ma prima bisogna che qualcuno ti spieghi e farci un poco di pratica con le ruote piccole: non è proprio una cosa che vien da sé. Chiedere agli altri, non era neppure da pensarci: non che non si parlasse tra noi, si parlava e straparlava, ma sempre di cose grosse: un bacio era – come dire? – qualcosa che uno se la doveva sbrigare privatamente, per i fatti suoi. Con tutto quel ragionare, dei pomeriggi restava poco o niente. Poi c’erano le sere – e lei dentro quelle sere – e ripigliavo le fila del mio discorso prima di chiudere gli occhi, mentre aspettavo che mi si addormentasse la testa perché mi si addormentasse anche il petto.

Questo il dire, e in quanto al fare…

M’ero detto che – data la complessità della questione – la cosa migliore era andare per gradi: un po’ come i guerrieri ninja, che avevo visto nei cartoni: cominciano saltando un alberello piccolo – e fin lì è facile, e intanto prendono coraggio – e poi continuano a saltarlo man mano che l’albero cresce, finché, dopo anni, scavalcano un pioppo come neanche fosse. Per prima cosa, decisi di collaudare il posto: sull’argine, in un punto che avevo scelto per bene, col lampione, in alto, che sfrigolava. Stavamo seduti fianco a fianco, sull’erba: la ginocchia piegate, le punte dei piedi dritte verso il Rujo. Lei s’era slacciata di nuovo quel suo braccialetto e, ritmicamente, si colpiva le labbra con piccoli tocchi. Io tenevo gli avambracci appoggiati alle ginocchia, le mani penzoloni in avanti. Fu in quel momento che lei s’accorse dell’orologio.

«È un Hip Hop?» disse.

Per esserlo, lo era: l’unica cosa di marca che m’avessero comprato. Un regalo per la comunione: costava meno della catenina – che poi finisci che la perdi – e costava meno dell’orologio d’oro – che ad aspettare che ti venga buono… almeno questo lo usi da subito. Avevo due cinturini – perché il bello dell’Hip Hop, oltre al fatto che era un Hip Hop, era questa storia dei cinturini intercambiabili: uno rosso ferrari, e l’altro azzurro chiaro. Portavo sempre il rosso ferrari, e non perché mi piacesse di più: mi pareva più logico consumare quello, prima di metter mano a quell’altro. E così la gomma, in certi punti, era screpolata e bianchiccia e s’era accumulata sporcizia nera tra un dentino e l’altro: non che fosse bellissimo, in altre parole, ma al buio certe cose non si notano, e poi bastava fosse un Hip Hop, per farmi fare buona figura.

Me lo slacciai e glielo porsi.

«Ho anche un cinturino azzurro.»

«È di quelli profumati?»

Fece per portarselo al naso.

Mi prese una fitta alla pancia: quell’orologio lo portavo da così tanto tempo, che era impossibile non puzzasse. Allungai la mano senza pensare e le afferrai il polso. Lei fermò il gesto, io mi resi conto del mio e la lasciai.

«Non sa di niente» dissi, asciugandomi i palmi sudati sui calzoni.

Lei mi restituì l’orologio. «Dev’essere bello anche col cinturino azzurro» disse.

«Già» dissi io, riallacciandolo al polso. Avevo ancora la memoria della sua pelle nei polpastrelli.

Appoggiai i palmi a terra. C’era dell’erba brusca: strappai uno stelo e lo portai alla bocca, mordicchiando.

«Che fai?» disse lei.

«È panevìn: si mangia.»

«Per davvero?»

Strappai un altro stelo e glielo allungai. Lei lo sollevò in aria, poco convinta, esaminando i fiori rossicci che il lampione illuminava debolmente.

«Non da quella parte» dissi io. «È il gambo che va mangiato.»

Lei voltò il panevìn e diede un piccolo morso, cogli incisivi: speravo di vederle fare ancora quella smorfia con tutte le gengive e i denti scoperti, ma forse non aveva abbastanza confidenza.

Per darle coraggio, strappai un nuovo stelo e cominciai a morderlo con foga: sembravo certi castori che si vedono nei fumetti: attaccano un tronco e lo fanno diventare una punta di matita in quattro e quattr’otto.

Lei ci riprovò, col suo.

«È aspro!» disse, con una smorfia che non era come quell’altra, ma mi piacque ugualmente.

«È buono anche per le bolle delle ortiche» dissi io. «Ma occorrono le foglie.»

«Non mi piacciono le cose aspre: neanche i sottaceti.»

«Allora dovresti assaggiare i fiori rossi del trifoglio. Si staccano i petali e si succhia la parte bianca: sa di zucchero.»

Scrutai l’erba – per quel che era possibile – in cerca di qualche fiore. Ma non trovai nulla.

«Magari un’altra volta» dissi. Mi dispiaceva, perché se ne sarebbe andata col sapore aspro in bocca: chissà perché m’era venuta in mente quell’idea disgraziata del panevìn. Poi mi dissi che non aveva senso scoraggiarsi, che se anche la serata era riuscita un poco zoppa ce ne sarebbero state altre e si sarebbe recuperato, in qualche modo. E già mi stavo tranquillizzando con quel pensiero, quando mi venne in mente che lei, prima o poi, sarebbe partita e che io mi stavo facendo tutti i miei bravi conti dimenticando questo, che non era mica un dettaglio da poco.

«Quanto ti fermi ancora?» dissi.

«Parto la prossima settimana.»

«Cioè?»

«Giovedì o venerdì. Devo sentire i miei: quando possono venir giù.»

Era mercoledì: mi restavano sette oppure otto serate, nella migliore delle ipotesi: poteva sempre capitare che con La Sgionfa andassero a mangiare una pizza o cose simili, e allora la serata saltava. E io non avevo ancora combinato nulla, non mi ci ero avvicinato neppure.

Non trovai di meglio che intensificare i ragionamenti pomeridiani, quasi da rompercisi la testa. E così feci solo peggio, perché quella benedetta scena del bacio me l’ero ormai figurata così tante volte – io che facevo così, lei che faceva cosà – sempre uguale, sempre la stessa, che a spostarci anche solo un chicco mi pareva che tutto dovesse crollare. Come quando mandi a memoria la parte, per la recita della scuola: ognuno le sue battute, ognuno i suoi gesti, tutto deciso, tutto scritto, tutto che s’incastra. Ma se sul palcoscenico – un dialogo provato e riprovato mille volte – l’altro improvvisamente se ne esce con una frase completamente nuova, una frase mai sentita e che non c’entra nulla, allora tu che puoi fare? cerchi di prender tempo, d’inventarti qualcosa lì per lì, ma intanto la scena è rovinata e poco importa se la colpa è sua che non ha rispettato il copione o tua che non sei riuscito a stargli dietro. E allora anch’io – che ormai avevo raggiunto una sicurezza mia, circa quel bacio, ma purché accadesse solo e soltanto come avevo deciso io – mi sentivo mancare il pavimento sotto le scarpe, al pensiero che lei potesse fare qualcosa di diverso, o di andare in confusione. E questo era sufficiente a paralizzarmi.

Così i giorni si consumavano e non facevo progressi: non tanto con lei – lì non c’erano progressi, solo da decidersi – quanto con me, con la mia tranquillità, che un giorno mi pareva ci fosse e l’altro giorno tutto l’opposto. Allora mi rodevo dentro e ci stavo male, un po’ perché sentivo che così la stavo perdendo, un po’ perché mi stavo perdendo pure io, con la mia incapacità di fare una cosa a cui tenevo, se non addirittura quella a cui tenevo di più, in quel momento. Avevo iniziato a svegliarmi prestissimo, la mattina, che davvero non era da me: quando andavo a scuola mia madre doveva gridarmi sei o sette volte prima che mi alzassi. Adesso aprivo gli occhi con la prima luce che entrava dagli scuri vecchi – erano le cinque e mezzo, le sei – e mi sentivo addosso questa smania, l’idea che qualcosa doveva succedere e quello, proprio quello, era il giorno giusto. Ma poi passavano le ore: il coraggio a poco a poco sbiadiva e la paura si depositava sopra, granello dopo granello: come l’acqua che batte sull’argine, e qualcosa si porta via e qualcos’altro lascia, e non sempre quello che hai trovato ti ripaga di quello che non hai più.

Il lunedì della settimana che lei doveva partire la situazione era rimasta identica: allora presi a dirmi che il tempo avrebbe deciso al posto mio, che trovandomi, l’ultima sera disponibile, con l’urgenza dell’ultima possibilità, qualcosa avrei per forza fatto succedere o sarebbe successa da sé. Presa quella decisione, di puntare tutto sul giovedì, in un certo senso mi calmai, perché smisi di aspettarmi qualcosa giorno per giorno. Oggi mi vien da ridere, al pensiero: ero così spaventato, che m’ero messo a far melina ancora prima di aver segnato in porta, almeno una volta: stavo buttando tempo e mi convincevo che era tutta una strategia.

E qualcosa, alla fine, successe.

Il mercoledì sera, quando io non ero minimamente preparato, lei mi disse che la mattina dopo sarebbe partita.

«I miei vengono giù prima: vogliono andare al mare.»

Stavamo sull’argine, nel posto dei panvìn; però in piedi, stavolta, sotto il lampione; sopra di noi, il vortice dei moscerini e delle zanzare – tante ali e puntini neri.

«A che ora parti?» dissi io. Era una domanda stupida, perché non avrebbe fatto nessuna differenza: che fossero le nove o le dieci o le undici, lei se ne sarebbe andata domani e io non ci potevo fare niente.

«Non so. Quando arrivano.»

Avevo tutta la gola asciutta: cacciai giù saliva un paio di volte.

«Torni per Natale?» Pensavo alla prima, altra, vacanza disponibile.

«Andiamo in montagna» disse lei.

Abbassò la testa, come per guardarsi qualcosa sui piedi: i capelli le si rovesciarono tutti in avanti e vidi la pelle caffelatte – così la facevano sembrare il buio e la luce del lampione – tra la nuca e lo scollo della maglietta. Poi si tirò su. Aveva una ciocca di capelli sulle labbra e la scostò con l’indice: era uno dei gesti che m’ero figurato nella scena, ma era troppo presto, io non ero preparato, e poi non ero ben sicuro di aver inteso bene. Non me la sentii di correre il rischio, subito, mi occorreva altro tempo.

«Non ti ho neanche fatto vedere i cespugli di lavanda» dissi.

«Dove?»

«In un posto che so io. Però, come per i girini, bisogna andarci di giorno.»

«Mica sparisce, di notte, la lavanda.»

«Però non ci sono le api, le vespe, i bombi. Quello volevo mostrarti.»

«Ma le ho viste, io, le api» rise lei. Potevo restarci male – avevo fatto la figura di quello che si fa meraviglie per nulla – e invece no, perché era lei a non aver capito.

«Ma devi vederle sulla lavanda» dissi. «Quando si attaccano al fiore – che è lungo e sottile – si piegano col corpo come una mano chiusa a pugno. Lo stelo si curva tutto, e forma una specie di arco. Insomma, c’è tutto questo ronzare giallo e nero, sopra gli archi di lavanda, come colline viola: è proprio bello.»

«Allora il prossimo anno, okei?»

«Già.» Da qui al prossimo anno erano un mucchio di mesi. Deglutii ancora.

«Devo tornare presto, stasera: ci sono le valigie.»

«Sì, le valigie.»

Lei cominciò a giocherellare con la punta della scarpa, disegnando forme sull’erba. Si stava annoiando? Non vedeva l’ora di andar via? Giorni e giorni di ragionamenti e immaginazioni mi si sfarinavano davanti e io cercavo di afferrare qualcosa e invece tra le mani non mi restava nulla. La guardai, sperando che alzasse gli occhi che teneva fissi alle scarpe: mi sarebbe bastato un incoraggiamento, a quel punto, anche uno piccolo: qualcosa doveva mettercelo anche lei, no? E lei gli occhi li alzò, alla fine. Mi guardò. La guardai. Poi lei si slacciò il braccialetto e me lo porse.

«Per ricordo» disse.

Quello doveva essere il momento, l’ultimo che restava. Ma io non feci quel che da settimane avevo deciso di fare e non perché avessi cambiato idea o perché non m’importasse più: tutto il contrario. Fu per quel gesto: mi venne in mente quando, a tavola, Briciola se ne andava piatendo un boccone da tutti noi fratelli, a turno – coi miei non s’azzardava – allungando il muso sulle cosce e facendo gli occhi tristi, mogi, e noi sapevamo che aveva il suo e che non bisognava dargli, ma si finiva per intenerirsi e qualcosa gli si allungava sempre, magari di nascosto. Quello, mi venne in mente. E capii che tutto era sempre stato nella mia testa e solo lì, fin dal principio.

Presi il braccialetto e lo misi in tasca, facendo un piccolo sì con il mento, ma senza dir nulla: la gola mi bruciava, e avevo paura della mia voce.

Slacciai l’Hip Hop dal polso. Da quella sera dei panevìn avevo cambiato il cinturino: era azzurro chiaro – grigiastro, sotto il lampione – e tutto nuovo. Glielo porsi.

«Davvero?» disse lei.

Risposi di sì, ma senza parlare.

Lei se lo allacciò al polso.

«Grazie!» disse, e sembrava proprio contenta. Io intanto m’immaginavo quel che avrebbero detto a casa: che ero un baucco, ad averlo perso, e che un altro orologio me lo scordavo, da qui alla fine del mondo, neanche che domandassi, che doveva bastarmi fino alla cresima, quell’orologio, e che adesso mi arrangiassi col campanile, che altro non sarebbe venuto.

Ci salutammo coi quattro baci per guancia – le sue mi parvero freddissime – e io m’incamminai. Mi pareva di non veder niente. E non per il buio o gli occhi bagnati: avevo visto così tante cose in quelle settimane, e poi alla fine non era vero niente, che mi venivano dubbi anche sul resto. Allora mi misi a toccare tutto quello che riuscivo: i sassi del muretto, l’erba fresca, gli scuri delle finestre chiuse, presi un panevìn e me lo passai sul palmo, per tutta la lunghezza, rischiando anche di tagliarmi. Alla prima canaletta mi avvicinai e toccai l’acqua del Rujo, ed era fresca anche quella e si portava via il sudore e il verderame del panvìn e forse anche la pelle di lei, che dai polpastrelli non se n’era più andata, da quella volta. Però stavo male, tantissimo. Mi sedetti sull’erba, tolsi le scarpe e i calzini. Sentivo piccoli insetti formicolarmi sotto le piante: mi domandai se ci fossero grilli talpa, lì intorno, e provai a entusiasmarmi all’idea, a cercare uno stecchino per poterne stanarne uno, come avrei fatto di solito, come avrei fatto prima: ma la verità è che non avevo voglia di niente. Tirai fuori il suo braccialetto e lo misi in bocca, fra gli incisivi, come avevo visto fare a lei. Poi chiusi le labbra.

Per quella sera, per quell’anno, fu tutto.

[L’immagine di copertina è di Lee Acaster]

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