Valentina Durante – Copy & Story | Requiem per un'auto
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Requiem per un’auto

 

Le auto non mi piacciono e non mi piace guidarle. Da piccola avevamo una Renault 5 rossa e l’auto era per me terrore. Nella mia immaginazione infantile si poteva morire in tre modi: di peste nera, di leptospirosi e di incidente stradale. Di peste nera avevo visto morire solo in tivù, nello sceneggiato di Marco Polo; di leptospirosi mai nessuno (però mia nonna aveva il pollaio accanto al fosso, nel fosso vivevano i ratti, ci pisciavano dentro, e io sapevo di doverci stare attenta); di incidente invece si moriva – avevamo perso due persone in famiglia – ed ero convinta che in un modo o nell’altro fosse solo questione di tempo. Quando tre anni fa mi sono vista la fiancata di un camion piombare in petto e in faccia, nel mentre aspettavo lo schianto ed ero certa che ne sarei rimasta uccisa, ho fatto due pensieri: il primo era che non ci potevo fare niente; il secondo che alla fine ero io, la predestinata. Quel giorno andò bene, invece, andò miracolosamente e io – che pure ho un rapporto molto complicato col sacro – pure mi dico che dal Cielo, da Lassù, da Chissàdove, qualcuno ci ha fatto la grazia. Dalla Renault rossa passammo a una Simca, un’auto da ridere color marrone pulce, poi a una station wagon di cui non ricordo la marca. Le auto non m’interessavano, non m’interessava ricordarle, tutti ne avevamo bisogno ma avrei preferito non ci fossero.

Ho preso la patente tardi e perché dovevo. Il mio insegnante di scuola guida: di lui sì, ho un buon ricordo. Era un uomo paziente e mi fece sempre sentire capace. All’esame finale mi lodò: mi fece sostenere la prova per prima, come sua allieva particolarmente brava. E la guida in effetti fu perfetta, davvero perfetta a giudizio di tutti, e per qualche mese mi convinsi di essere diventata una virtuosa. Quando fu mio fratello a sostenerlo, l’esame (non erano passate che poche settimane), gli dissi: Vieni, ti porto a fare un giro e ti spiego qualche trucchetto. Specchio specchio e cose del genere. Andò a finire che imboccai la Feltrina contromano e lui per un qualche tempo ebbe l’abitudine di prendersi da parte i miei amici e dire: Vi prego, non fatela guidare mai. Mai. Era preoccupato. Fine del mio idillio con le auto.

La prima auto di famiglia – la mia famiglia nuova – è stata una Opel Zafira. Prima guidavamo auto di seconda, terza, ennesima mano, ereditate o prese in prestito. Dopo la patente avevo guidato la Clio giallo pompelmo di mia madre e dentro quell’auto la mia inettitudine sembrava quasi risultarne smorzata, e io buffa e con qualcosa a suo modo di tenero. Ma se ho l’impressione di avere delle nostalgie legate a quell’auto, so per certo che si tratta di nostalgie legate a quell’età, l’età in cui la guidavo, i miei ventidue anni. Ma torniamo alla Zafira, che poi è l’auto per la quale scrivo questo requiem. Non è stata cercata, non è stata desiderata. Volevamo un’auto a metano e non c’erano che due opzioni: la Fiat Multipla e la Zafira appunto. La Multipla aveva un muso largo di camion e io dissi: Una cosa del genere non sono in grado di guidarla. La Zafira aveva le dimensioni di una camionetta e io dissi: Una cosa del genere non sono in grado di guidarla. Ma in modo meno convinto, forse, e Zafira fu.

Per diciassette anni l’ho guidata senza entusiasmo: perché guidare non mi dà entusiasmo, solo un disagio più o meno accentuato. Guido poco di notte, non guido mai in autostrada da sola. Non mi sono affezionata all’auto nel nostro invecchiare assieme e non ci ho appeso sopra ricordi: facilmente i ricordi s’impigliano agli oggetti, ma con l’auto non mi succede mai. Tre anni fa l’orologio digitale si è bloccato, ha preso a segnare un 1° gennaio 1997 perpetuo, condannandoci ogni volta che lo guardiamo a fare i conti con quello che siamo o non siamo diventati nel frattempo. Sono sentimentalismi sporadici, comunque.

Da due mesi l’auto è malata. So che l’espressione è impropria perché ad ammalarsi sono i corpi mentre gli oggetti si guastano, ma il suo comportamento somiglia a un male di malattia, piuttosto che a un guasto. Ha iniziato a rallentare e ad avere una ripresa via via meno brillante, come per stanchezza. Ci è stato detto che è per via della frizione, che andrebbe cambiata e che a non fare nulla prima o poi l’auto si fermerà. Abbiamo deciso di non intervenire perché non vale la pena, non ha senso accanirsi su un’auto di diciassette anni, su un corpo vecchio di una vecchiaia esausta, spenderci dei soldi. Abbiamo deciso di comprare un’auto nuova e di malavoglia abbiamo cominciato a girare le concessionarie.

Non vorrei cambiarla, avrei voluto dire almeno una volta, ma non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché io sono quella che alle auto non si affeziona. Io sono quella che al limite può dire: non m’interessa cambiarla perché un’auto vale l’altra, per me, e al massimo sarà una seccatura doverci stare così attenta i primi periodi, a non ammaccarla o tamponare un palo o una scorza d’albero. Non l’ho detto ma ha cominciato a raggrumarsi una pena strana, quando era lei a portarci dalle concessionarie a cercare chi l’avrebbe sostituita, come la vacca che porta in groppa il macellaio che la sgozzerà al macello. Era sempre più stanca e oltre i sessanta all’ora non li faceva, non era più possibile correre fuori città.

(l’altro giorno, tornando dopo un giro piccolo: Sul rettilineo ha fatto i sessanta belli tondi! Con una gioia sciocca. È perché ho appena fatto il pieno, ha detto lui)

Giovedì arriva l’auto nuova. Non dico quale, questo è il requiem per l’auto vecchia. Ieri sera sono salita sulla Zafira per andare a fare la spesa: alla Coop, una manciata di chilometri da casa, camminando di buon passo si arriva in quindici minuti. Lei è partita ma non avanzava. Spingevo sull’acceleratore come al solito, ricordandomi che non devo premere a tavoletta, che le devo dare il modo di ingranare piano piano e lei non ingranava. Dieci all’ora, quindici all’ora, non ingranava, me ne sono fregata del no-a-tavoletta e ho spinto giù tutto, ho affondato il piede come se lo affondassi dentro una pancia viva. La macchina mi ha compensata con un ringhio, è andata su di giri, la velocità è cresciuta poco a poco ma sempre con questo ringhio costante, di strazio e per nulla di rabbia, come se quei quaranta chilometri orari le stessero spremendo tutto quanto aveva in corpo e lei acconsentisse a farsi spremere. Mi sono venute in mente quelle scene da film, le scene di tensione girate in auto, in cui si rallenta, si accosta, si ferma il motore e si prende a pugni il centro del volante gridando Cazzo! o qualcosa del genere. Ma se mi fossi fermata non sarei più ripartita. Ho parcheggiato alla Coop, giusto accanto ai carrelli. Erano quasi le sette e non c’era più folla. C’erano le luci di Natale, in un festone che orlava tutta la facciata in una concrezione scintillante giallo-oro. Ho sfilato la chiave dal quadro e mi sono messa a piangere: io, per un’auto.

(Ho scritto queste cose un po’ alla rinfusa. Domani l’auto chissà se parte)

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